Voglio andare in America - Famiglia Galiano

Vai ai contenuti

Voglio andare in America


VOGLIO ANDARE IN AMERICA
Galiano, Recchia e Gennari: tre famiglie oritane che sperimentarono l'emigrazione in America tra il 1904 e il 1929
(ricerca di Angelo Galiano)


1.  Il fenomeno migratorio e l'accoglienza
Da un articolo apparso sul mensile Scopri le tue radici (Computer Arts Special n. 11 del gennaio 2006) rileviamo alcune informazioni essenziali che riteniamo utili per inquadrare l'esperienza migratoria dei nostri familiari diretti ed affini.

Dalla seconda metà dell’Ottocento ben quattro milioni di connazionali su dodici che attraversarono l’oceano si diressero negli Stati Uniti d’America: un esodo dalle proporzioni bibliche durato decenni ed esaurito negli anni Venti del secolo scorso.

Da qualche anno è possibile condurre ricerche su Internet nell’archivio di Ellis Island consultando sui fogli di navigazione i nomi dei passeggeri; difatti il sito www.ellisisland.org permette di seguire ricerche complete all’interno dell’enorme data base di ventidue milioni di emigranti (per accedere bisogna registrarsi come “new users”). Anche noi abbiamo tratto da questo sito alcuni dati sui nostri familiari (che mettiamo a disposizione nelle pagine seguenti), avendo così conferma certa e documentata della nostra ricostruzione basata inizialmente sulle fonti orali. Abbiamo quindi elaborato una tabella riassuntiva sul flusso migratorio dei Nostri dal 1904 al 1925, date di arrivo in America.

Rimandiamo all’articolo di Mario Calabresi apparso su “la Repubblica” del 13 aprile 2007 pagg. 22-23 in cui viene analizzata nei particolari una lista di emigranti messa a disposizione dal sito americano, poiché possiamo soddisfare altre curiosità sul registro, la nave, la data, il nome e lo stato civile, la cittadinanza, la zona d’origine, chi paga per il viaggio, l’indirizzo presso cui si intende alloggiare se “richiamati”, il denaro in possesso, se anarchico, i segni particolari di identificazione.

Gli emigranti italiani, che provenivano in maggior numero dal Mezzogiorno, giungevano in due settimane a Ellis Island “isola delle lacrime”, un fazzoletto di terra nei pressi di New York, porto d’accoglienza operativo dal 1892 al 1924, che registrò come punta massima nel 1907 ben undicimila emigranti al giorno. Altri approdavano a Buenos Aires, Victoria, San Francisco, Quebec in Canada.

Varcata la soglia degli uffici immigrazione, un quarto degli Italiani si stabiliva a New York, alloggiando magari presso una misera pensione nel Lower East Side. Superato il primo impatto (primo ciclo, “sopravvivenza”) e trovato un lavoro (secondo ciclo, “integrazione”), molti, dopo mesi o anni di duro lavoro, provvedevano a farsi raggiungere dalle famiglie trasferendosi in appartamenti meno angusti (terzo ciclo, “potenziamento”). Altri dopo qualche mese tornavano in Patria o si trasferivano in altri Stati americani. I nostri italiani, raggruppati per regioni, formavano delle comunità, le tante “Little Italy d’America”, sobborghi spesso affollati e malsani ma anche laboratori di una particolare socialità urbana in cui le tradizioni si mescolavano con quelle delle megalopoli.

La storia dell’emigrazione italiana è complessa e presenta molte sfaccettature. Un testo che approfondisce questi aspetti, soprattutto perché fa luce su false leggende circa la buona accoglienza dei nostri emigranti, è stato scritto da Gian Antonio Stella e si intitola L’orda (Bur 2003, www.orda.it). Tra gli altri fattori che alimentarono il mito anti-italiano, a cui contribuirono anche viaggiatori inglesi, francesi e tedeschi dell’Ottocento nella nostra penisola, vi era lo scarso livello culturale rispetto alle altre comunità. Lo stesso scrittore ci ricorda che chiunque non riuscisse a scrivere 50 parole almeno nella propria lingua non aveva diritto a rimanere in America, e che fra gli emigranti italiani la percentuale dell’alfabetismo era del 46% nel 1906, ben al di sopra delle altre percentuali di emigranti europei. 

2.  I nostri parenti emigrati in America
Tra le famiglie oritane, Recchia, Gennari e Galiano, ben 12 persone varcarono l’oceano in periodi diversi e più volte (v. tabella del flusso migratorio dal 1904 al 1925). Questo nucleo, chiamato di sicuro dal cugino (acquisito?) di Annamaria Emerenziana Recchia, Ciccillo, rispose all’appello con ben tre coppie di coniugi della famiglia Recchia: Giuseppe e la moglie Concetta De Simone, Giovanni con la moglie Carolina, Francesca col marito Felice Gennari (“lu Cacca”), oltre ai germani Sigismondo e Stefanina (in loro compagnia partirono i compaesani Farina Salvatore – 1906 – e Di Paolo Vincenzo – 1911). Ad esso si aggiunse nello stesso periodo, come evidenziato nella tabella, il nucleo della nostra famiglia Galiano costituito dai figli del bisnonno Angelo: Michele con la moglie Annamaria Emerenziana Recchia, (sposi novelli nel marzo 1911 e approdati il 5 maggio con Luisa Galiano) e nel 1913 i fratelli Giuseppe e Pasquale.

Michele riuscì a portare con sé la sorella Luisa, promettendo però alla mamma Giovanna di farla ritornare nubile e nel giro di poco tempo. 

3.  Le attività dei Nostri prima della partenza e loro requisiti
Giuseppe,il maggiore, cultura di scuola elementare, sposato dal 1901 con Fedela Carbone, quattro figli, faceva il cocchiere, prestava servizio come infermiere presso lo studio del medico condotto dott. Adolfo Russo, faceva iniezioni a domicilio. Partì nel 1913 a 31 anni e lo ritroviamo in Italia come soldato per il primo conflitto mondiale (v. scheda C/4 in albero genealogico, settore 5). 
Michele,22 anni, livello culturale di scuola elementare, aveva seguito un corso musicale, suonava il basso tuba e la chitarra, faceva il ciabattino ed era esperto nel confezionare scarpe ortopediche. Si era sposato nel 1911 con Annamaria Emerenziana Recchia, casalinga; lui ventenne, lei trentenne (v. scheda C/8 in albero genealogico, settore 5).
Luisa,18 anni, nubile, cultura di scuola elementare, casalinga, aveva alcune nozioni di taglio e cucito. Partì con il fratello Michele nel 1911 (v. scheda C/9 in albero genealogico, settore 5).
Pasquale,aveva frequentato le scuole elementari, 26 anni, celibe ufficialmente, ma padre di Giovanna ed Angelo nati probabilmente in Sicilia, rispettivamente nel 1911 e 1912, legittimati. Partì con il fratello Giuseppe nel 1913 (v. scheda C/6 in albero genealogico, settore 5).

4.   Le attività dei Nostri a New York
L’inserimento dei nostri familiari non fu eccessivamente difficoltoso come quello della prima ondata degli emigranti italiani. Coloro che li avevano preceduti avevano fatto da apripista. Nel caso della nostra famiglia, propizia fu la presenza, l’aiuto e il richiamo, fino ad un certo punto,del cugino di Annamaria Recchia, Ciccillo, che, stando alle testimonianze figlia di Annamariae Michele, Elena, e deinipoti Franca Mottola e Gianni Di Gifico, di sicuro li aveva chiamati garantendo lavoro e domicilio a New York. Ciccillo, si seppe dopo, era affiliato o aveva rapporti con la “mano nera”, un’organizzazione malavitosa o mafiosa che si era imposta tra i nostri connazionali con attività illecite: controllo e commercio clandestino di alcolici, tangenti, bische clandestine, commercio di emigranti.

I Nostri, stando a quanto avrebbe confidato zia Luisa di Brindisi a sua figlia Elena, vivevano in un appartamento in cui ciascuno, maschio o femmina, doveva a turno garantire pulizia e ordine. E’ sintomatica la sua testimonianza: Felice Gennari, cognato di Annamaria E. Recchia, imparentato con Ciccillo (diremmo ”il cugino d’America”), imponeva tale regime a tutti, compreso zio Michele, il quale, debilitato per le periodiche emicranie, spesso non ottemperava a tali incombenze. Ripreso più volte da Felice, fu difeso con fermezza dalla sorella Luisa che lo zittì, garantendo lei stessa il turno.

Dalle foto inviate in Italia e reperibili nei nostri album di famiglia, si evince, dal loro modo di vestire,che non se la passavano tanto male rispetto ai primi emigranti.   

Passiamo ora in rassegna le loro attività:
1.nucleo Recchia Gennari:non disponiamo per il momento di nessuna informazione.
2. 
 
  
nucleo Galiano: 
 
 
Giuseppe:la sua presenza è documentata il 31 maggio 1913, data di arrivo con la nave Madonna, secondo i registri di Ellis Island; nel 1914a New York presso l’ospedale Savini di Washington Square come infermiere. Ritornò il Italia per partecipare al 1° conflitto mondiale. Lo ritroviamo a New York per qualche mese nel 1920, in cerca di lavoro come infermiere. Dopo alcuni mesi rientrò in Italia e venne assunto dall’Amministrazione Comunale di Oria come vigile urbano il 1 giugno 1921. Di questa sua esperienza americana conserviamo una foto ed un curioso cannocchiale, detto stereoscopio, per visionare foto dall’effetto tridimensionale.
Michele:come attesta una foto d’epoca che lo ritrae col grembiule davanti al suo laboratorio di “Shooemaker”, a New York, faceva il calzolaio.
Luisa:lavorava a New York come sarta presso una ditta di confezioni e nel frattempo si prodigava per accudire la casa e i fratelli.

6.   Reinserimento in Oria
Michele riprese a lavorare come calzolaio esperto in scarpe ortopediche, ma con scarso risultato. Suonava il basso tuba nella banda musicale di Oria e di Ceglie Messapica (foto d’epoca, ultima fila, settimo da sinistra). Nacquero altri due figliin Oria, Michela Elena (1920) e Angelo Salvatore (1923, deceduto poi nel 1926).

Diverse fonti orali precisano che i cognati Felice Gennari e Francesca Recchia fecero fortuna in America: infatti Oria acquistarono un’abitazione in via Castello (ora di proprietà della famiglia Massa) decorandola con stucchi e pitture,arricchendola di argenterie varie. Felice poi si impegnò nella ricostruzione dell’edificio scolastico E. De Amicis di via Renato Lombardi e di altri edifici importanti di Oria, data la sua competenza nel settore edile. Intensificò rapporti di fiducia con gli amministratori locali: in piazza Manfredi, durante le feste era solito stare in loro compagnia Felice con la moglie Francesca e la nipotina Anna (cresciuta da loro perché non avevano figli), mentre Annamaria Emerenzianacon le figliole Gianì ed Elena, di nascosto, osservava, amareggiata, da un angolo della piazza tali opportunità non consentite a lei perché in ristrettezze economiche. In realtàil marito Michele, residente in Argentina tra il 1925 e il 1929, non le corrispondeva nessun contributo economico. 

7.   Un ultimo tentativo di emigrazione
Giuseppe tornò nel novembre del 1920 a New York in cerca di lavoro come infermiere, ma rinunciò dopo qualche mese e, rientrato in Oria, fu assunto nel giugno del 1921 come vigile urbano.

Michele, mosso da più di qualche motivo, ritentò, ma questa volta volle andare in Argentina, forse richiamato da qualche amico, probabilmente poco affidabile, dal momento che lo fece allontanare dalla famiglia (tensioni in famiglia? gelosie? incomprensioni?) proponendogli una nazione non certamente tra le prime in fatto di prospettive economiche, come vedremo successivamente. 
Molte informazioni ce le fornisce proprio lui in una lettera inviata il 14 gennaio 1926 a Giuseppe, suo fratello a cui era molto legato (v. scheda C/8, punto 11, albero genealogico, settore 5).

Michele, giunto a Buenos Aires da qualche mese, supera la prova d’arte come calzolaio e un’audizione come musicante di basso tuba nella banda musicaledella Marina, si appresta apartecipare ad un concorso per l’inserimento nella banda di quella città che dispone di 160 elementi, sperando di arrotondare il bilancio. Lavora come un dannato. Lo ritroviamo nel 1928 residente in una cittadina distante 22 chilometri da Buenos Aires, La Plata, probabilmente in cerca di lavoro e con una salute malferma (v. lettera inviata al Podestà di Oria, riportata nella sua scheda, in risposta ad una richiesta di un contributo per l’erezione in Oria del monumento dedicato ai caduti della prima guerra mondiale).

Molto amara è la sua esperienza: lontano dalla famiglia e con scarse risorse finanziarie (“tenevo un po di monete almeno per venirmene a casa mia e ne ho guastato più della metà”- confida al podestà di Oria nella lettera), vive in uno stato emotivo molto precario, allo sbando. La figlia Elena ci fornisce altri particolari: le autorità lo vogliono affidare ad una casa di cura; un medico, suo vicino di casa, rendendosi conto del suo stato, ne facilita il rientro in Italia attraverso il Consolato Italiano. Alla fine del 1929 Michele rientra nella sua famiglia di Oria, via Muraglie Lama 67, malato, deluso e con scarse prospettive di lavoro (v. altri particolari in scheda). 

8.   Alcune note conclusive
Dopo aver analizzato per sommi capi l’esperienza dei Nostri in America, possiamo rilevare che la loro partenza fa dettata, più che dalla moda di quegli anni, dal desiderio impellente di crearsi un avvenire reso difficile nel loro paese. 
L’inserimento a New York fu caratterizzato dal secondo ciclo detto dagli analisti dei processi migratori dei nostri tempi “di integrazione”, in quanto, favoriti dal richiamo di “Ciccillo”, trovarono un lavoro ed una casa. 
E’ da escludere, per come sono andate le cose, il terzo ciclo, detto “di potenziamento”, probabilmente sperimentato solo dalla famiglia di Sigismondo Recchia. 
Il rimpatrio fu una conseguenza dettata da tante variabili non sempre tutte concomitanti o interconnesse, ne elenchiamo alcune:

a. Il difficile inserimento ("sopravvivenza")

b. La nostalgia della famiglia lasciata lontano e l'impossibilità del "richiamo" dopo il 1920

c. Il rientro in patria per il 1° conflitto mondiale

d. La presunta ritorsione della "mano nera" nei confronti di alcuni familiari

e. La Recessione degli anni Venti che coinvolse tutto il mondo economico, ancor più gli Stati dell'America Latina, ad esempio l'Argentina (v. lettere di Michele da Buenos Aires e La Plata in scheda C/8, albero genealogico, settore 5).


Torna ai contenuti