Ce sta faci?!... - Famiglia Galiano

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Ce sta faci?!...


Intervista al mio calzolaio di fiducia, Cosimo Andrioli


Ce sta faci?!...


In una intervista fatta al sig. Cosimo Andrioli (18/5/2010), alla presenza di Virgilio Alighieri, ho raccolto una interessante testimonianza.
Stranamente in quell’incontro si evidenziavano i rapporti particolari di comparaggio e di stima che legano me e Cosimo a Virgilio: Virgilio mi è compare per la Cresima e per Cosimo compare d’anello.

Chi è Cosimo Andrioli? E' un oritano ultraottantenne, rimasto vedovo da alcuni anni e ora accudito da una brava e premurosa signorina. Il suo curriculum è semplice ma molto interessante. Basso di statura, distinto nel vestire, ossequioso, vittima a questa età di qualche acciacco, conserva una lucidità discontinua. Fino a qualche anno fa, componente importante della banda musicale di Oria, suonava in prima fila il clarinetto; come attività preminente faceva il calzolaio, uno dei più apprezzati artigiani del settore.
Stimolato a raccontare il suo vissuto ed alcuni particolari richiesti da me e dal compare Virgilio, è stato pronto e lucido, ma sensibilimente emozionato, pur in un clima sereno e familiare che avevamo instaurato. Ecco un pezzetto della sua storia.

“Imparai il mestiere di calzolaio andando alla bottega di mestru Angiulinu Pitocco (Angelo Galiano, di cui si riporta una foto di quel periodo). Conservo un vivo ricordo, come se fosse ieri. La bottega era situata in una casa di fronte alle scuole vecchie (le scuole elementari del 1° Circolo) in vico Biblioteca, ora abitazione degli eredi di Guglielmo De Simone. Ero predisposto per tale attività ed in seguito ebbi modo di lavorare in quel settore e di avere tante soddisfazioni.

Di quel periodo ricordo un aneddoto che per me ha significato poi un motivo di rottura dei rapporti col mio maestro a cui devo molto per il mio apprendistato.
Sotto la “canzedda” (tavolino) di lavoro vi era un cassetto con la serratura. Lì mettevo i miei risparmi “li sordi ca buscava” con la consegna delle scarpe, per cui raggiunto un bel gruzzoletto avrei potuto farci un pensierino: questo era stato il consiglio del maestro ed io lo accettai volentieri.

Quel cassetto fu per me il primo salvadanaio. Preciso che il piccolo laboratorio era situato in un angolino dell’ingresso dell’abitazione in cui risiedeva il mio maestro (allora celibe, trentenne) con la famiglia numerosa i cui genitori erano persone note a tutti: Peppino “Pitocco”, guardia municipale, e “mestra Fidela”, sarta.
Orbene un pomeriggio, in assenza del maestro mi impossessai delle chiavi e stavo armeggiando vicino al cassetto per vedere con i miei occhi a quanto ammontavano i risparmi.

Sentii alle mie spalle una frase detta in sordina ma che mi raggelò: - Ce sta faci?! Era suo padre Peppino Pitocco che sentendo il rumore caratteristico delle chiavi che stavano aprendo la serratura, si era alzato dal letto dove stava a fare un pisolino; spiandomi attraverso la fessura della tenda che serviva da muro divisorio in quella casa non molto spaziosa, mi guardava con stupore ma con divertita commiserazione. Io rimasi spiazzato, anche perché Peppino non sapeva niente dei nostri accordi e né avrebbe accettato la mia eventuale chiarificazione.
Quel mio atto fu riferito al maestro al suo ritorno. Sembrava un piccolo furto. Eppure erano i miei risparmi. Non avevo pure il diritto di contarli e di controllarne la scrupolosa conservazione? 

Decisi di non mettere più piede in quella bottega quantunque insistenti fossero le sollecitazioni del mio maestro a ripensarci (ho saputo poi che egli si trasferì a Milano subito dopo, intorno al 1937, e che continuò lì a fare il calzolaio). Dopo tutto, quell’equivoco danneggiava soprattutto lui in quanto avevo appreso bene i segreti del mestiere e sapevo adoperare meglio di altri “li siminzelli” (chiodini dalla lunghezza inferiore a cinque millimetri) e li “puntini” (chiodini più lunghi ma esili) con le mie abili dita, ma già mi intendevo di tomaie, di come modellarle al modello in legno, di come prendere le misure al piede, insomma, conoscevo alla perfezione tutti i passaggi necessari per confezionare le scarpe. Mi mancava qualche altro segreto e l’esperienza che si acquistano con gli anni.

Completai la mia formazione presso altri maestri riuscendo a confezionare anche scarpe per donna e con fibre diverse dal normale pellame, tipo camoscio ecc., tanto da sembrare confezionate in fabbrica. Un giorno un esperto, passando dalla bottega di piazza Manfredi (una piccola azienda con cinque dipendenti che come una catena di montaggio montavano le tomaie disegnate e ritagliate dal maestro titolare, maestro Peppino Oggiano, dopo che sua figlia Antonietta le aveva cucite con la macchina rivettatrice), nel vedere come lavoravo, ebbe a dire a conferma di ciò: “Operai come questo non se ne vedono in giro!”.

La nostra piccola azienda confezionò pure un paio di scarpe coloniali per il principe di Piemonte (Umberto) quando venne in Oria, dopo l’armistizio del 1943”. E qui la mia domanda si fa più incalzante: - Ma veramente fu così? Sei sicuro che era proprio lui? O forse il duca Amedeo d’Aosta?
Insinuo in lui un dubbio. Forse è uno scherzo che la memoria può fare specialmente a ottanta anni…
Lui insiste nel dire che le scarpe le consegnò veramente ad un reale. Lascia a me l’onere di approfondire con altre testimonianze.
“Consegnai personalmente io le scarpe ed ebbi come mancia 700 lire, una fortuna per me, una cifra impensabile."
Anche in quella circostanza le mie orecchie ascoltarono dalla viva voce del “principe” una espressione che onorava me e la bottega in cui lavoravo: “Non immaginavo che ci fossero artigiani così esperti in questi paesi!...”

Il calzolaio Cosimo Andrioli ne aveva fatta di strada, se ricordiamo il suo periodo dell’apprendistato: le 700 lire, rispetto ai quei soldini che conservava nella “canzedda” di mestru Angiulino Pitocco, erano tutt’altra cosa!

Fino a dieci anni fa era lui il calzolaio preferito sia da me che da mia moglie. Fino ad allora era naturale calzare scarpe con suola di cuoio e qualche ritocco era necessario. Cosimo era diverso dagli altri, metteva in luce, con molta modestia, tutta la sua maestria, avvalendosi anche di qualche macchinario moderno.
A ben riflettere, io, Angelo Galiano, inconsapevolmente, andavo da un discepolo di mio zio Angelo. Strani questi ricorsi storici! 


Estensore: Angelo Galiano (nipote di mestru Angiulino Pitocco)
Fototeca Galiano e Andrioli. I personaggi di cui si parla: 
foto n.1, 2 Cosimo Andrioli, apprendista calzolaio;
foto n. 3 Galiano Angelo, “lu mestru”;
foto n. 4 Galiano Giuseppe, guardia municipale, suo padre.


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