(h.7 discessit) - Famiglia Galiano

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(h.7 discessit)


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(h. 7 discessit): questa connotazione in parentesi lessi un giorno in un Registro dei Matrimoni messomi a disposizione dall’arciprete. Volevo conoscere la data precisa di matrimonio di mio padre, poiché seguivo caparbiamente l’idea di ricercare quanti più dati possibili sui familiari per poter ricavare una mappatura del ceppo genealogico.

(h. 7 discessit): la cosa non mi turbò più di tanto poiché già sapevo che i miei genitori, dopo qualche mese di fidanzamento, avevano deciso di sposarsi. Affrettarono i tempi scappando via da casa. Il perché lo hanno spiegato a noi figli e lo descriverò qui di seguito.

(h.7 discessit): questo appunto fu messo a suo tempo dall’arciprete incaricato della trascrizione sintetica dell’atto di matrimonio. Lo traduco per chi non mastica il latino, il senso è questo: il rito religioso è stato celebrato alle ore 7 di mattina poiché la giovane coppia ha abbandonato la casa dei genitori senza avere il consenso; tradotto anche in dialetto, al plurale, si n’onnu ssutu ti casa oppure, in sintonia con l’etimologia del discessit, si n’onnu scinnutu ti casa”.

Quell’atto ufficiale sostanzialmente era l’ultimo di una serie di passaggi e momenti che erano accaduti nella storia delle coppie incorse in questa esperienza. Di questi momenti voglio parlare, rivivendoli con il lettore sugli anta o, semplicemente, informando il lettore più giovane.

Nel passato, la coppia anticipava i tempi nella completa ignoranza della prevenzione e dei metodi concezionali. Nel Meridione il concepimento avvenuto al di fuori del matrimonio era considerato, anche dalla Chiesa, un disonore per la famiglia della donna. Bisognava porre riparo con il matrimonio, anche se in forma privata, assolutamente in forma privata. Ora tutto è cambiato: si convive spesso con la tolleranza, il beneplacito dei genitori: si favorisce ciò, dicono in molti, per non incorrere nelle complicazioni derivanti da un eventuale, molto probabile, divorzio: “Adesso stanno insieme, si conoscono, poi si vedrà…”.

Qui non voglio fare il moralista, né scandagliare le varie motivazioni della convivenza, poichè sappiamo benissimo che le cause possono essere tante e mosse da motivi e condizionamenti comprensibilissimi e giustificabili: il lavoro, la lontananza dei partner, l’esigenza di unificare il domicilio dei due per risparmiare il fitto casa/camera delle città esose del Nord, ecc. E qui richiamo alla memoria le difficoltà economiche degli anni Quaranta e Cinquanta che erano più evidenti rispetto a quelle di oggi, certamente con i vari distinguo.

Da ragazzo ero chierichetto assiduo della Cattedrale del mio paese e fui testimone, più volte, del rito religioso in forma semplice, una cerimonia ridotta proprio nella sua essenzialità. Un giorno, difatti, fui pregato dal sacrestano Andrea di essere puntuale all’indomani, alle ore 7, per servire messa, prima di andare a scuola. Ebbene, si sposava una giovane coppia di contadini che abitava nei pressi della mia abitazione e che feci presto a riconoscere. Estrema semplicità durante la messa. Estrema semplicità dopo: alle ore 8, quando mi avviai per andare a scuola, vidi per la strada una lambretta che trasportava in campagna la stessa coppia in abito da lavoro. Era una primavera degli anni Cinquanta.

Un’altra motivazione per la semplicità del rito è da individuare nel desiderio di uscire fuori da quello stretto ambito famigliare, vuoi per la tipica reazione generazionale, vuoi perché non si intravedevano vie d’uscita, vuoi perché si voleva realizzare quanto prima le proprie aspettative fatte di sogni. Comunque sia, si instauravano incomprensione e intolleranza con i genitori. Il fatto poi di avere in casa la matrigna che quasi sempre usava due pesi e due misure con figli e figliastri, induceva facilmente a prendere drastiche decisioni. In questa ultima fattispecie rientra la coppia da cui sono nato io.

Mia madre Francesca, tarantina, da ragazza aveva subìto questi disagi. La sua famiglia giunse a Oria durante lo sfollamento del 1943/45, periodo in cui molte famiglie della fascia costiera tarantina e brindisina si trasferirono nell’entroterra salentino per evitare le incursioni aeree. Andò ad alloggiare in una campagna a ridosso dei binari ferroviari, a due passi dalla stazione. Una dimora ideale per il nonno Vito che, terminato il suo turno di macchinista sulle locomotive ferroviarie, scendeva nella stazione oritana e in due minuti era a casa. La famiglia di una sua zia, Angelina, sorella alla matrigna Nella, era stata fortunata nel trovare ospitalità in una casina poco distante.

Girovagava in quelle campagne, nella Primavera del 1943, portando una ventata di allegria, mio padre, Pasquale, che con la sua fisarmonica, spesso accompagnata da altri strumenti, favoriva balli e serate danzanti sulle aie di quelle casupole. Fu invitato a suonare da Michele, l’unico maschio di quella famiglia tarantina – un giovane istruito, insegnante elementare (come le due sorellastre Liliana a Silvia, molto belle e corteggiate), gioviale e desideroso di allargare la cerchia delle sue conoscenze con altri giovani del posto. Papà durante il ballo ebbe modo di adocchiare l’altra sorella, Franca, e successivamente la corteggiò. Seppe ben presto dalla giovane delle angherie subite per colpa della matrigna: entrambi pensarono che la soluzione migliore sarebbe stata quella di “scappare da casa”. Da questo momento nasce quel (h. discessit).

Un discessit sofferto e non certamente preso alla leggera ma con coraggio, poiché la mamma era casalinga e papà sarto ventiquattrenne che non aveva molti clienti: da poco aveva lasciato la fase dell’apprendistato presso il fratello Luciano e se n’era distaccato con grande sollievo: anch’egli (con A. Caniglia, suo coetaneo che ho incontrato nel 2009 – novantenne – e che mi ha confermato quelle esperienze), sfruttato per alcune incombenze che non gli spettavano e che lo mortificavano. Rimase grato al fratello, però, per l’esperienza sartoriale acquisita, frutto a sua volta di un apprendistato presso il rinomato laboratorio di Mesagne condotto dallo zio paterno Cosimicchio, riverito e chiamato dai Mesagnesi “mestru Cosiminu l’oriatanu”.

Con queste premesse in comune, la coppia s’ involò il 29 aprile. La sposa aveva avvisato solo la sorellastra Liliana e la zia Angelina: fu proprio quest’ultima a incoraggiarla, avendo assistito varie volte al comportamento vessatorio della sorella Nella. “Pasqualino - precisava la mamma - quella sera giunse nei pressi della casina, accese la sigaretta, come segno convenzionale, io mi avvicinai e dissi di attendere un po’ perché dovevo prendere la borsa. Da lontano Nella chiamava Francaaa! Francaaa! Pasqualino disse: - Andiamo via adesso o mai più. Io salii sul telaio della bicicletta e via di corsa in quella stradina tortuosa e buia, verso la libertà!”.

La coppia fu accolta momentaneamente nella campagna della zia paterna, Teresina, una zia a cui papà rimase molto grato. Nelle settimane successive e per tutta la stagione estiva furono ospitati nella vicina campagna del sig. Erminio Palmisano. I rapporti recisi con le famiglie di appartenenza dovevano in qualche modo essere riallacciati, perciò, avviati i contatti e giunto il momento propizio, si tenne l’incontro fatidico della “riappacificazione”. Incontro che per le consolidate esperienze di paese sarebbe tutto da descrivere. Ad esempio, le presenze programmate di familiari, gli sguardi, le battute, gli atteggiamenti: tutto aveva un grande significato e contribuiva ad appianare, laddove ce ne fosse bisogno, spigolosità, disagi, incomprensioni, a riportare, insomma, l’atmosfera serena nelle rispettive famiglie, ma soprattutto, a dare l’ok all’atto ufficiale, il matrimonio. Sarebbe stato accettato e ufficializzato, il fatto, “il fatto”, appunto, della giovane coppia con la conseguente pubblicazione degli atti formali e la cerimonia riparatoria in forma privata (allora). E’ così spiegata l’annotazione del sacerdote, (h. 7 discessit), sul Registro dei Matrimoni del 1943.

Il giorno stabilito della riappacificazione giunse. Ciò coincideva più o meno con la nuova residenza dei genitori Peppino e Fedela, da via vecchia Biblioteca a via Camillo Monaco 4, un’abitazione accorpata nel palazzo vescovile che aveva ospitato nel periodo bellico una famiglia di sfollati, una casa più capiente della precedente.

Le zie dello sposo, Luisa di Brindisi e Teresina con le rispettive famiglie, le sorelle e alcuni fratelli dello sposo, quasi tutti accasati, prepararono l’atmosfera. Infine entrò la coppia salutando tutti con accenni e sguardi furtivi. Fu presentata la sposa. La tensione era alta: la madre dello sposo, Fedela, era seduta all’angolo della stanza con il capo chino e il volto teso: Luciano, il fratello maggiore, si avvicinò allo sposo e vestendosi d’autorità (del resto gli era stato molto vicino in quegli anni come maestro-sarto e probabilmente era un po’ risentito per il fatto di essere stato lasciato), gli mollò uno schiaffo, aggiungendo: “Non lo dovevi fare!” Arrivò per ultimo il patriarca Peppino che lasciava il suo turno di servizio come vigile urbano. Capì tutto: si avvicinò alla coppia che chiedeva perdono del “fatto e, abbracciando prima la sposa e poi il figlio, disse sommessamente: E pircè nno’ vv’era pirdunari? L’ogghiu fattu puru iu…”, (E perché non dovrei perdonarvi? L’ho fatto pure io…). Anch’egli aveva fatto lo stesso passo con Fedela, appena diciannovenne. Seguirono abbracci commoventi e battute scherzose per coprire le forti emozioni ma anche il disagio del momento. Nel frattempo il patriarca Peppino era andato nella stanza da letto dove conservava l’organetto, il bandoneon. Tornò ed avviò un valzer incitando tutti a danzare. Poi affidò l’organetto a Pasquale e ballò anche lui con la nuova nuora: in famiglia era tornata la serenità. Il cuore della mamma Fedela si era sciolto e le labbra abbozzavano qualche sorriso. Al termine dell’incontro lei propose a Peppino: “Come fummo ospitati dai tuoi genitori, così faremo noi con Pasqualino e Franca”. Una soluzione, questa, ben ponderata e responsabile che misero subito in atto, la stessa sera.

Quale fu la reazione della famiglia della sposa? La coppia preferì affrontare da sola il problema: si presentò alla casupola, nei pressi della stazione ferroviaria. La matrigna Nella uscì e non volle dialogare. Il padre Vito, in preda ad un comprensibile disagio emotivo, si scagliò contro la figlia Franca. Lo sposo le fece da scudo e si beccò lui il classico schiaffo (in poche ore due schiaffi, quale riscatto della loro scelta d’amore da cui sarebbero nati ben dieci figli!...). Le sorellastre Silvia, Liliana e il fratello Michele si dimostrarono comprensivi e accomodanti. La sposa portò in dote solo quello che aveva addosso.

Il rito religioso fu celebrato con semplicità, alle ore 7, appunto, come attesta la trascrizione. Lui celibe sarto, lei nubile casalinga, con la sola presenza dei testimoni, Galiano Cosimo di Giuseppe, anni 32, e Galiano Cosimo fu Angelo di anni 48 (res. a Mesagne).

Lo scambio degli anelli… Papà mi riferì, senza vergognarsene, che gli anelli li aveva avuti in prestito. Era una mattina dell’ottobre del 1943. Non chiesi, per non mortificarlo, se ne seguì un rinfresco. A distanza di tempo, precisamente l’anno scorso, 2009, durante il terzo raduno I Galiano si incontrano e si raccontano, ho saputo che in casa vi fu un pranzo con diversi invitati. Difatti Anna, detta familiarmente Nina, figlia del compare d’anello Cosimo, precisamente il fratello di Pasquale, ricordò a Franca il particolare pranzo offerto da nonno Peppino e nonna Fedela e a cui fece parte anche lei, ragazzina. La cuoca scambiò il concentrato di salsa - quello che una volta si essiccava sul canniccio, in campagna - con il pepone (un misto di peperoncino e salsa, detto in dialetto lu piponi): il piatto di pizzarieddi e orecchiette, condito con questo ragù estremamente piccante, fu consumato da tutti i commensali, grandi e piccoli!

Dopo alcuni decenni da quel fatidico 1943, altre coppie del nostro Meridione avrebbero festeggiato il matrimonio pretendendo (quasi che fosse un obbligo inderogabile) una serie di “cose” (a ben riflettere superficiali e fastidiose): anelli, brillanti, collier, orecchini, bracciale e quant’altro, con il contorno di un lauto pranzo nel tal ristorante e di un viaggio gradualmente sempre più sofisticato e ambito, a cominciare dal viaggio in treno, al porto di Brindisi, per poi allargasi a Pompei, Roma, Venezia, con l’aereo per le Americhe, con la nave per la crociera…

Ora quel (h. 7 discessit) non sarebbe più trascritto da nessun prete sul Registro dei Matrimoni. Ora la coppia incorsa nel “fatto” se ne uscirebbe sfrontatamente con un “Embè?!” 











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