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Storia di una palla di neve, ovvero, bolla di vetro Conversando ultimamente con il mio compare di cresima, Virgilio Alighieri (a cui sono legato anche per la stima che merita come uomo, e ne sono grato a papà che me lo scelse come compare), su una sua esperienza giovanile, sento quasi il dovere, - nell’intento di ricostruire frammenti di vissuto di un passato “prossimo” che ormai tende a scomparire dalla memoria storica della nostra collettività - di riportarne i particolari poiché sono interessanti e inusuali per noi che viviamo nell’era tecnologica. Provo a raccontare come egli riusciva a costruire la palla di neve, meglio denominata col termine bolla di vetro o ampolla, con effetto neve. Una bolla che per me era un oggetto magico, attirava tutta la mia curiosità per via delle bianche palline che turbinavano intorno ai quei due piccoli santi immersi nell’acqua. Una volta acquetate le palline sul fondo, i santi, avvolti nella mantellina rossa, rimanevano, nitidi e splendenti di rosso, a guardarmi con le palme in mano. |
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La ditta Francesco Alighieri inizialmente vendeva un assortimento merceologico tipico della cartolibreria, poi le tabelle riguardarono una vasta gamma. Dopo il 1945 Virgilio, ormai espletato il servizio militare con la fine della guerra, entrato nel giro commerciale col padre e col fratello Fulvio, messo famiglia nel 1957 con la brava consorte Antonietta Oggiano, cominciava a vendere in proprio tessuti e abbigliamento, intorno al 1961. Volle però sperimentare contemporaneamente un’attività insolita di cui mi ha parlato a distanza di anni. La descrizione che seguirà certamente susciterà in voi interesse e curiosità e vi farà toccare per mano lo spirito imprenditoriale di cui era dotato Virgilio. |
Inizialmente la ditta Alighieri Francesco si forniva di articoli religiosi da un’azienda milanese e tra i ricordini da vendere ai pellegrini che venivano alla Cattedrale oritana e al Santuario di S. Cosimo alla Macchia, proponeva la classica “palla di neve”. La ditta Alighieri era un punto di riferimento da parte dei piccoli commercianti fissi e ambulanti anche dei paesi vicini delle tre province che ruotano intorno a Oria, per il vasto assortimento degli articoli e le facilitazioni commerciali instaurate, tra cui il “conto deposito”. Fu il titolare della ditta milanese che stimolò gli Alighieri ed in particolare il giovane Virgilio a realizzare in loco la “palla di neve”, visto che la fornitura di quei fragili pezzi di vetro era molto impegnativa e difficoltosa e per la distanza e per i mezzi di trasporto . Per Virgilio fu una sfida. Era il 1957. |
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La bolla di vetro o ampolla. Questo oggetto delicato fu un vero dilemma. Dove ordinare bolle di vetro, che poi dovevano essere più spesse delle classiche e fragili lampadine? In Puglia non era reperibile nessuna industria vetraria. Virgilio contattò una ditta del Napoletano che accettò l ‘ordinativo a condizione che la quantità fosse considerevole. Pensate, arrivò alla stazione di Oria un carro merci ferroviario pieno. La sua casa di via XXIV Maggio distava un 500 metri e fu necessario aguzzare l’ingegno per il trasporto. Virgilio asserisce che il carro ferroviario fu trainato in qualche modo nei pressi della casa. Come fecero i suoi collaboratori non lo ha detto, però bisogna credergli. “Ogni angolo della casa fu utilizzato per ospitare quelle bolle di vetro. Le bolle erano di due tipi. Una sferica, (per la precisione, di due dimensioni) la cui metà calotta esterna veniva spruzzata di blu per dare l’effetto cielo che potesse contrastare poi con il bianco della neve. Lo spruzzo lo realizzavamo con pazienza e abilità, adoperando la pompa del flit… L’altra bolla presentava una faccia sferica e l’altra piatta: su quest’ultima parte incollavamo una carta riproducente uno sfondo simile al tendaggio di un palcoscenico”. |
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L’acqua. Virgilio aveva notato che la semplice acqua non dava l’effetto sperato, per cui la polvere che doveva turbinare si “nquaquagghiava”, si appallottolava sul fondo della bolla. Provò a mettervi l’acqua distillata: funzionava. Ma bisognava trovare l’acqua distillata a buon mercato: sua moglie, quindi, si impegnò a bollire tutta l’acqua occorrente… |
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La polvere per l’effetto neve: questo materiale era fornito dalla ditta milanese in confezioni poco costose per cui non si posero il problema di trovarlo in loco. Sicuramente doveva essere polvere di gesso che prima era stata trattata con acqua. |
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La sagoma in miniatura, a mezzo busto, dei Santi Medici; come modello postumo, un corpo unico della facciata del santuario sormontata dai santi. La ditta aveva scelto di mettere solo questi santi e non altri poiché la devozione dei fedeli del circondario si riversava principalmente su di essi. Questo pezzo veniva fornito da una ditta napoletana. Era di plastica colorata, persistente negli anni nell’acqua: però chi conserva questa bolla, dopo sessant’anni noterà che il moncherino dei santi è giallo-ocra con qualche riverbero sul rosso proveniente dal busto dei santi. Allora i colori originari erano il rosso e il verde dell’abito e il giallo dell’aureola: il rosso simboleggiava l’amore per Dio e il prossimo e il sangue del martirio; il verde l’amicizia e la speranza; il giallo-oro la fede e la gloria. Colori poi che hanno caratterizzato i cosiddetti “nastri di S. Cosimo” per addobbare finimenti dei cavalli e in generale mezzi da trasporto: traini, bici, lambro. |
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La corona di gomma: meglio, tre corone di camera d’aria, digradanti, su cui poggiava la statuina meglio posizionata da una linguetta sul retro. Si saldavano con la bolla e la base adoperando prima la pece, poi la colla di pesce o mastice. Questa prima soluzione fu poi scartata subito perché non risolutiva. Venne in soccorso la ditta milanese che suggerì di usare polvere di caolino, detta anche polvere di marmo, mista a colla vinavil o simile, un prodotto (antesignano delle nostre tante resine) che come collante era il meglio che si potesse ottenere allora perché assemblava in maniera compatta ed efficace vetro, plastica e acqua. |
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La base. Era un pezzo di specchio rettangolare, sul davanti smussato come per formare un arco: ciò per conferire più brillantezza al prodotto e moltiplicare il turbinio della neve. |
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Successivamente la fantasia suggerì di coprire la massiccia saldatura resinosa con della sabbia colorata e delle conchigliette, di aggiungere sulla capiente superficie di vetro qualche putto o un personaggio con ombrello che la ditta napoletana metteva a disposizione. |
Ecco svelati i segreti di una fabbrichetta oritana che, se pur in un tempo esiguo, 5 anni, non soltanto soddisfece le esigenze dei commercianti delle tre province viciniori, ma fece anche buona pubblicità ai santi medici e ad Oria. Avendo queste premesse, la ditta Virgilio Alighieri prevedeva di fare “nu puzzu ti sordi”, ma - conclude lo stesso Virgilio - la concorrenza di qualche ditta leccese, l’interesse dei pellegrini verso altri ricordini, l’insolvenza di alcuni commercianti, scoraggiarono gradualmente, dopo il 1961, una simile esperienza. |
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Come avete appreso, questa semplice bolla di vetro divenne un oggetto che richiese grande impegno. In realtà fu programmato un vero progetto in cui si concretizzarono le varie fasi: idea/stimolo, valutazione del potenziale bacino di vendita, individuazione dei materiali e indirizzi dei fornitori, sperimentazione, approvvigionamento, realizzazione, commercializzazione.
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Referenze fotografiche: foto n. 2 per g.le concessione di un devoto anonimo (bolla di sicura fattura oritana).
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