Famiglia Galiano


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Michele, il musicoterapeuta

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Michele, il musicoterapeuta del villaggio


Michele era figlio di massaro Cosimo, che aveva in mezzadria una masseria poco redditizia. Aveva nove anni e sin da cinque era stato addetto alla custodia del gregge di pecore. All’età di sette anni il padre gli aveva affidato il compito di far pascolare le pecore ad una distanza considerevole dall’abitazione. Michele si levava un po’ prima dell’alba, mungeva del latte dalla mucche, intingeva croste di pane duro e faceva colazione. Metteva a tracolla la sua bisaccia, apriva la porticina dello stazzo, spingeva le pecore fuori con l’aiuto del cane e via al pascolo. Sarebbe rientrato al tramonto del sole. Il sole durante il pascolo di estate o di tarda primavera mostrava il suo calore brillante ed infuocato. Giunto ai pascoli verdi, Michele, seduto su una pietra levigata dalla pioggia, mentre le pecore brucavano l’erba, si godeva lo spettacolo che offriva madre natura: il cinguettio degli uccelli, lo stormire delle foglie degli alberi, le varie tonalità del verde degli alberi, i colori della terra, il movimento delle nubi che di minuto in minuto cambiavano forma, i tramonti, il sorgere della luna, le voci dell’acqua che scorreva vicino al torrente.
Un vecchio pastore, prima di morire, aveva chiamato a sé Michele al suo capezzale: ” Michele, tra poco dovrai condurre tu al pascolo il gregge di tuo padre; sarai solo per tutto il giorno, io ti consegno questo” e gli porse uno zufolo e una siringa - ti faranno compagnia.”
Da quel giorno Michele portava quei doni nella sua bisaccia e, mentre le pecore pascolavano, provava e riprovava a fare emettere suoni dagli strumenti.
Michele scopriva giorno dopo giorno i suoni acuti e quelli gravi, le distanze fra un suono ed un altro. Non conosceva una sola nota musicale; non aveva spartiti, ma davanti a sé si squadernava l’armonia della natura. Cercava di riprodurre il canto degli uccelli, il belato delle pecore, lo stormire delle foglie degli alberi, lo sciacquio delle acque del torrente e tutti gli altri suoni prodotti da tutti gli essere presenti nell’area del pascolo. Poi cominciò a mettere insieme gli svariati suoni e si accorse che poteva produrre melodie. Il tempo non gli pesava più, anzi svolgeva con gioia la sua mansione di pastorello.
“ Non capisco, pensava il padre, Michele non vede l’ora di andare a fare pascolare le pecore e mi sembra che lo faccia con tanta soddisfazione. Meglio così; se la noia non lo prende durante le ore di lavoro.”
Di giorno in giorno Michele scopriva nuovi suoni che combinava ad armonizzarli in tante maniere, in tante modulazioni. Ormai riusciva a fare delle vere e proprie composizioni che riproducevano le centinaia di suoni di madre natura, intrecciati in meravigliosa armonia.
Alternava ora lo zufolo ora la siringa e la musica prodotta acquisiva diversa tonalità. Qualche volta, quando riusciva a suonare delle melodie di una certa durata, le pecore smettevano di brucare l’erba e davano l’impressione di stare ad ascoltare le improvvisazioni musicali. Quando invece modulava suoni staccati le pecore brucavano l’erba più in fretta e per questo più in abbondanza con la conseguenza di maggiore produzione di latte, con meraviglia del padre di Michele.
Ogni sera prima di addormentarsi Michele suonava una melodia dolce, lenta che penetrava dritta nell’anima e predisponeva alla tranquillità. Le note di quella melodia, che fungeva anche da ninna nanna, si difendevano in tutta la campagna circostante, penetravano nelle casupole dei contadini, che come cullati dalle note musicali si liberavano dalla stanchezza della fatica quotidiana.
I contadini scoprirono l’autore della musica e pregarono Michele di fare musica ogni sabato sul sagrato della chiesa. Michele suonava e sia adulti che bambini erano tanto presi da quelle note da rimanere incantati. Erano avvolti da quel linguaggio musicale, che suscitava in loro emozioni, alcune abituali come la predisposizione benevola verso il prossimo, la speranza di una vita migliore.
Ogni tanto gli studenti del Conservatorio della città vicina venivano condotti nelle belle giornate nella radura del bosco del contado per ascoltare lezioni di armonia o di storia della musica e poi esercitarsi con i loro strumenti e fiato o a corda.
In quelle occasioni Michele portava a pascolare il gregge nelle vicinanze del bosco e rimaneva ad ascoltare con intensa attenzione le lezioni e le esercitazioni. Tanto era assorto che dimenticava perfino di calmare i morsi della fame con il pane duro e con il formaggio che il padre gli poneva nella bisaccia prima della partenza.
A Natale dopo la messa il padre avvicinò l’organista della cattedrale e: “Signor Maestro, darebbe qualche volta lezioni di musica a mio figlio? Non ho denaro sufficiente per ricompensarti, ma posso pagare in natura. Non mancherò di portarti a casa ogni festa comandata un agnellino.”
L’organista, molto scettico sulla possibilità di introdurre un pastorello nel mondo della musica, acconsentì e ogni quindici giorni, il pastorello, di sabato, dopo la messa delle diciotto, si faceva trovare in sacrestia.
Michele ogni quindici giorni a piedi con il freddo o con il caldo e con largo anticipo si recava in città, che distava dal podere del padre oltre dieci chilometri.
Neanche la pioggia torrenziale o la neve lo faceva desistere dal suo proposito.
Michele rimase sorpreso come dei piccoli cerchi neri vuoti o pieni, appesi o sospesi in asticciole scritte sulle pagine, potessero corrispondere a suoni.
Apprendeva con facilità e con rapidità e l’organista era sempre meravigliato del suo senso musicale. Finalmente un sabato Michele poté porre le due dita sui tasti dell’organo della chiesa. Ad ogni suono o ad ogni accordo si sentiva come trasportato nel vuoto. Ad ogni nota un suono. Che meraviglia!
Dopo circa tre mesi era ormai all’altezza di sostituire l’organista per eseguire le musiche di accompagnamento della Santa Messa.
Eseguiva i soliti pezzi, aggiungendo degli abbellimenti, degli arrangiamenti, che richiamavano le sinfonia della natura. La gente rimaneva esterrefatta. La chiesa era piena più del solito. I maschi della città, sempre restii a recarsi ad ascoltare la Messa, affollarono ogni domenica la cattedrale.
“Domenica, suona il pastorello.”
La notizia si diffuse in tute le città vicine. E la gente accorreva, ma la chiesa non poteva contenere le migliaia di gente. Il parroco fu costretto a celebrare la Messa nella piazza più grande della città.
Michele, comunque, negli altri giorni della settimana continuava a svolgere le mansioni di pastorello e a cavare musica dai suoi rustici strumenti: lo zufolo e la zampogna, ormai non più idonei ad esprimere tutta la musica che aveva nell’animo.
Mise al corrente la madre del suo problema. La madre trasmise al marito il cruccio di Michele. Però il padre non disponeva del denaro necessario per comprare uno strumento musicale. Gli abitanti del villaggio vennero a conoscenza del fatto e, come avviene sempre tra la povera gente, misero insieme i loro miseri risparmi e raggranellarono una somma e la consegnarono al musico pastorello.
“Tieni, Michele, vogliamo che i nostri denari vengano mutati in musica.”
Il giorno seguente, Michele, accompagnato dal padre, si recò in un negozio di strumenti musicali. Dinanzi a tanti strumenti musicali rimase abbagliato.
“Come sarebbe bello, suonarli tutti”, pensava e una gioia immensa pervase la sua anima.
“Miché, devi scegliere. E’ più di mezzora che rimani imbambolato”, gridò il padre. Michele scelse un flauto.
Non c’era ricorrenza nel villaggio che non fosse allietata dalla musica di Michele: un battesimo, una cresima, un matrimonio, un anniversario. La musica agiva da balsamo alle fatiche dei contadini e dei pastori stressati dalle fatiche quotidiane, una pausa lieta alle sofferenze, prodotte da rinunce, dai soprusi dei padroni, da morti e malattie improvvise a causa delle miseria e dalla malnutrizione.
Il vento ormai portava lontano la musica di Michele, che fu costretto parecchie volte ad abbandonare il ruolo di pastorello e vestire le vesti di musico nelle svariate ricorrenze della città e anche delle altre città. Fu scoperto da un agente di spettacoli che gli propose tournée in tutta la nazione. L’esibizione musicale di Michele inteneriva gli animi e li predisponeva a migliori intenzioni, liberava gli animi, almeno temporaneamente, da tute le incrostazioni malefiche acquisite dopo la fanciullezza. Si addolcivano gli occhi del violento e del prepotente, si intenerivano i cuori dei faccendieri di qualsiasi risma, si cercavano con gli occhi gli innamorati, sbocciavano nuovo amori, si consolavano le madri colpite da lutti, si consolidavano i buoni propositi dei padri verso i figli.
Le note musicali, che uscivano dal flauto di Michele, puri suoni impalpabili, avevano quasi il potere magico di sollevare da terra gli ascoltatori.
Alle tournée nazionali seguirono quelle internazionali. Erano sempre un trionfo le esibizioni di Michele, che mandava in visibilio tutti gli ascoltatori. Però Michele ogni Natale ritornava al suo villaggio, oltre per rivedere i suoi, per riprendere contatto con la sua musica con tutti gli abitanti, che orgogliosi in città e nelle fiere ci tenevano a dire: “Noi siamo fieri del musico pastorello.”








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