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+ Scampoli di vita...
E per voto andremo a S. Cosimo
Maggio 1952. Festività di S. Cosimo.
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1. |
Le fettucce. Mio padre, dopo aver preso un buon assortimento di articoli religiosi da Alighieri, e trascurando il suo consueto lavoro sartoriale per quei giorni di intenso pellegrinaggio religioso, pensava ai preparativi, dedicando qualche oretta la sera. Io ne ero coinvolto. Sbrogliati i rocchetti delle fasce colorate, si ottenevano fettucce lunghe 60/70 cm; venivano poi infilzate a dei ganci posti a un’assicella della bancarella. Anche se ancorate per colore omogeneo, se sventolavano al vento davano un po’ di attrazione e vivacità alla folla che si accalcava chiassosa per la strada. Io, con l’assicella in mano gridavo: “i colori dei santi Medici!” In realtà simbolicamente richiamavano le tinte con cui erano state dipinte le statue dei santi: il rosso, il giallo, il verde, il celeste, il rosa, il blu… Questi nastri erano destinati a ornare le bici, i finimenti dei cavalli o dei traini allora in voga, fornendo allegria e colori. |
2. |
I quadretti. Erano confezionati da mio padre, io ero il suo assistente. Queste immagini (20 X 30 oppure 13 X 18) a colori dei santi medici, dei gemelli e dei cinque fratelli martiri della fede cristiana, una volta procurati i vetri ed il cartoncino, venivano assemblati con un nastro adesivo dorato o argentato da bagnare e con un appendino di carta. Mio padre nel farlo era molto preciso e dimostrava di aver una manualità fine, perfezionata anche dal fatto che era sarto. |
3. |
Le palle di neve. Da una confidenza fattami dal mio compare Virgilio Alighieri, la sua famiglia, grande fornitrice dei ricordini religiosi, si era specializzata proprio nel confezionare le palle con effetto neve. Lui e i suoi fratelli riciclavano le lampadine di vetro, toglievano il supporto interno e lo sostituivano con immagini in miniatura dei santi medici, aggiungendo acqua e …………………., usando la colla di pesce saldavano la calotta vuota con una pezzo di cartone ricoperto di sabbia con la funzione anche di base: un vero capolavoro di artigianato nostrano non più reperibile tra i tanti ricordini religiosi ora esposti sui banconi del mercatino di S. Cosimo. Queste palle attraenti non le vedi più, vedi invece una miriade di ricordini e quadretti di ogni misura riproducenti tanti santi, croci, rosari, statue. Ebbene, quelle palle luccicanti al sole di maggio di quel lontano ormai 1952 che scottava sulle nostre teste intente per lunghe ore a pubblicizzare la merce e a vigilare per le mani leste di qualche pellegrino, mi attraevano, ed io, ragazzino di sette anni, chiedevo alla mamma che mi stava accanto, nella mia ingenuità, di farmene toccare almeno una e per poco tempo, per vedere l’effetto neve. Vane furono le mie suppliche. Alla fine, ad una svista, mi decisi e ne presi una collocata lungo il bordo della bancarella. Mi scivolò dalle mani e l’oggetto del desiderio si ruppe in tanti pezzi! La rabbia di mio padre non si fece attendere: tra l’altro, bestemmiò i santi di quella festa. Dopo un po’ avvertii un forte mal di testa tanto da adagiarmi spossato sul divano che avevamo dietro il separè del laboratorio sartoriale, proprio vicino ala bancarella. La febbre, misurata dal nonno Peppino che per caso si trovava a passare di lì, aveva superato i 40 gradi. La mamma associò la febbre e il mio malessere non tanto all’insolazione, quanto alla reazione dei santi contro cui mio padre aveva lanciato l’invettiva. Fu lei a dirmi, una volta ristabilitomi: “Per voto andremo a S. Cosimo, a piedi, ogni anno”. Il voto poi fu sciolto col passare degli anni, anche perché nell’ottobre del 1956 mi allontanai dal paese per studiare in collegio.
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Oggi, dopo circa sessanta anni, vedo passare dalla mia campagna confinante con la strada che conduce a S. Cosimo, tanti pellegrini, grandi e piccoli. Anch’essi vanno per voto dai santi medici, chi recitando il rosario, chi scherzando, chi parlando dei loro problemi, chi in silenzio. L’andare a piedi libera l’animo da queste scorie terrene… e i santi medici anargiri ancora oggi curano le nostre anime.
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