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+ Scampoli di vita...
Il mio scrigno dell'infanzia
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Ciascuno di noi ha conservato nella propria casa uno scatolo, un cofanetto, una qualche cosa che custodisse un oggetto caro, personale, che gli altri non dovevano sapere o toccare, una cosa privata che comunque faceva parte di te e quindi andava messa in un luogo di difficile accesso. |
Il mio nucleo familiare, numeroso, negli anni '50 abitava in una casa piccola: un grande vano diviso in due, una metà come stanza da letto, l'altra come laboratorio sartoriale, cucina, sala da pranzo, lavanderia, ed uno stanzino per i nostri letti su cui vi era un soppalco che fungeva da deposito e bagno. Allora eravamo 6/7 figli che in qualche modo sfruttavamo al meglio gli spazi a disposizione. |
Io, allora ragazzino, possedevo uno statolo di legno, più o meno grande quanto uno scatolo di scarpe che mettevo sotto il buffè, per terra. Concedevo solo a mia sorella Antonietta qualche angolino perché conservasse una collana di mamma, fatta di scaglie ben sagomate, di madreperla. |
Conservavo le cose più care di quegli anni: il libricino delle preghiere che mi regalò il compare di cresima, insieme alla penna stilografica dal pennino d'oro: queste erano per me le cose più preziose, le ultime che si aggiunsero ad altre molto più semplici, ma pure importanti per me. Riponevo anche un guscio di seppia e un cuscinetto costruito da me, per scrostare dell'inchiostro e asciugare il pennino dopo l'uso: del resto, a casa disponevo di tanti rimasugli di stoffa dei tanti vestiti confezionati da papà, per cui, tagliati cinque/sei cerchi concentrici digradanti e legati con un bottone al centro, l'oggetto costituiva un cuscinetto che nessuno dei compagni di scuola possedeva, anzi io li confezionavo per qualche compagno. |
A proposito di bottoni, c'era posto per lo “zirri”, in dialetto “ lu ziri - ziri”. Era un oggetto semplice tramandato dalle vecchie generazioni, divertente. Si costruisce così: si passa un filo attraverso due fori di un bottone, di solito grosso, da cappotto. Terminata l'operazione, si annodano le estremità. Si fissa il dito medio delle mani alle due estremità e si imprime un continuo movimento rotatorio. Il filo, avvolto su se stesso, costringe le mani ad avvicinarsi ed allontanarsi. In questo modo si riavvolge e si scioglie, continuamente, fino alla noia. Il bottone gira in questo modo nei due sensi. Durante l'operazione spesso si avvicinava il filo alla gamba scoperta (allora anche d'inverso avevamo i pantaloncini, poco prima dell'avvento dei pantaloni alla zuava), o al braccio, solleticando o scardinando i peli. Ma quello che era simpatico di questo gioco era il verso onomatopeico che veniva fuori dal riannodarsi del filo, appunto, ziri. Da qui il detto “Ziri - ziri, so' la mamma e so' li fili” (la mamma e i figli sono una lagna…). |
In uno scatolino conservavo tanti bottoni grandi, da cappotto, che usavo per giocare con i compagni; ma non facevo mancare anche le cartine dei giocatori. |
Però non posso dimenticare un barattolo che aggiornavo periodicamente: era un barattolo di latta in cui mettevo della farina impastata con acqua. Era la mia colla che usavo per l'aquilone o per altro, compreso la rilegatura o il restauro di qualche libro vecchio delle elementari di papà. Coprii il dorso di uno di questi tutto sgualcito con della stoffa e fu proprio quella colla che risolse il mio problemino. Per la verità avevo pure fatto precedentemente una esperienza: avevo impastato con la saliva la crosta del pane di grano fatto in casa per incollare la stoffa su un altro dorso. L'esperimento era riuscito, però mi sembrò una soluzione dozzinale che non ripetetti più. |
Quello scatolo era tutto per me, specialmente quando non sapevo cosa fare. Lo svuotavo e lo riempivo, a volte per controllare se qualche mano lesta avesse tolto qualcosa. Non avvenne mai. Solo che a distanza di tanto tempo è scomparso tutto lo scatolo, ad eccezione della collana di Antonietta e del libro in bianco e nero delle elementari di papà che custodisco gelosamente tra le cose più care. |
Angelo (Lino) Galiano |