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+ Scampoli di vita...
Giochi e giocattoli della mia infanzia
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Mia sorella Antonietta ed io eravamo i più grandicelli di una figliolanza numerosa, messa su da Papà Pasqualino e mamma Franca. Non avevamo una casa grande negli anni '50, nei pressi del “Gioco dell'otto” di vico Francesco Milizia. In compenso avevamo il vicoletto in discesa, lungo una ventina di metri, tutto per noi. Ricordo che non avevo tanti giocattoli, ma li fabbricavo con mia sorella o giocavo con quelli dei più piccoli. |
Uno dei giocattoli che usammo per diverso tempo era il calciobalilla in formato ridotto, forse uno dei primi in commercio. Ricordo che partecipammo in cattedrale ad un sorteggio, negli anni 50, credo nel periodo natalizio, e fummo fortunati. Questo si apriva in due, mostrando così un campetto di calcio con i giocatori di legno già in piedi e pronti a scattare in una scalanatura che si biforcava, a seconda della direzione che tu sceglievi, a sinistra o a destra. Bastava imprimere una pressione sul corrispondente pirolo di legno sporgente all'estremità del rettangolo. Fu questo un regalo inaspettato, molto gradito, che allietò i vari momenti di noi grandicelli. Oggi avrebbe un valore inestimabile per l'originalità della fattura. Probabilmente, una volta rotto l'ingranaggio interno, (che poi era semplice, fatto di molle a spirale) sarà stato buttato tra le cose vecchie. |
Spesso giocavamo inventandoci dei giochi. Uno di questi ce lo proponeva una sedia di legno, robusta, pesante, che papà aveva avuto dagli amici americani subito dopo la loro partenza dal campo d'aviazione, dopo il 1945, oltre ad un cucchiaio con la classica incisione delle iniziali U.S.A. (Ho definito amici americani poiché papà con lo zio Vincenzo aveva allacciato sinceri rapporti con essi e si era guadagnato la loro fiducia per alcune prestazioni d'opera che consistevano nel servire nella sala mensa dell'aeroporto tra Oria e Manduria, smacchiare le loro divise, unte spesso di olio e resine, considerando che la maggior parte di essi erano aviatori, magazzinieri, meccanici, ecc., ritoccare i loro giubbini. Gli stessi rapporti collaborativi erano stati avviati pure dal loro cognato Damiano Latorre col figlio Mimino, in qualità di muratori, nella costruzione, con conci di tufo, dei capannoni, camerate, depositi ecc.). |
Orbene, la sedia sopra menzionata per noi era grande e possente e, messa con lo schienale per terra, nel vicoletto tutto nostro di via F. Milizia, accanto al vecchio gioco dell'otto, poteva essere spinta a mò di slitta o locomotiva, a seconda del gioco che riuscivamo a creare. Ovviamente i più piccoli si posizionavano dentro e i più grandi spingevano lungo la discesa del vicoletto. |
Altre volte prendevo giornalino a fumetti, vedevo prima la scenetta dei personaggi e suggerivo ai miei di mettersi in posizione. Fingevo di fare la foto e poi consegnavo loro, ritagliata dal giornaletto, la vignetta riproducente le stesse posizioni. |
Mia sorella Antonietta conservava dei rotolini, come i nastrini colorati di Carnevale: li ricavava dalle stoffe che papà adagiava sul bancone da lavoro, nella fase preliminare del disegno dell'abito; erano lunghi più di due metri, quanto la stoffa, ed erano situati lungo i bordi laterali. Lei aveva inventato un gioco che contagiava noi tutti. Dopo avere avvolto il nastrino, faceva uscire dal centro la parte terminale trasformando il nastro in un cono lungo lungo: così facevamo noi con gli altri nastrini. Vinceva chi era bravo a fare il cono più lungo (che poi mettevamo sul naso, ricordando il naso di Pinocchio), senza farlo sbrogliare. |
Angelo (Lino) Galiano |