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GALIANO MICHELE BARSANOFIO |
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“Micheli quagghiulu” (perché tarchiato in età adulta) soprannome di famiglia: “Pitocco”
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Nato a Oria, ottavo tra dodici fratelli e sorella: Luciano Barsanofio Michele, Elena Maria Dolorosa, Elena Dolorosa Stefania, Giuseppe Cosimo Damiano, Elena Maria Concetta Immacolata, Pasquale Emanuele Salvatore, Michele Francesco di Paola, Michele Barsanofio, Luisa Assunta, Cosimo Damiano, Francesco di Paola, Teresa di Gesù. |
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01. |
Battesimo: il 24-2-1890 c/o Cattedrale Oria. |
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Ottavo di dodici fratelli e sorelle: Luciano Barsanofio Michele, Elena Maria Dolorosa (dec. inf.), Elena Dolorosa Stefania (dec. inf.), Giuseppe Cosimo Damiano, Elena Maria Concetta Immacolata, Pasquale Emanuele Salvatore, Michele Francesco di Paola (dec. inf.), Michele Barsanofio, Luisa Assunta, Cosimo Damiano, Francesco di Paola (dec. inf.), Teresa di Gesù. |
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03. |
Grado di istruzione e percorso culturale: scuola dell’obbligo (nell’anno scolastico 1901/2 – a 11 anni – frequenta la terza classe elementare); apprende in una bottega il mestiere di calzolaio; frequenta un corso privato di musica per suonare il basso tuba; suona anche la chitarra. Dal retro di una foto (fototeca di Lino) si legge una dedica scritta a mano il 16 luglio del 1907 a Potenza e inviata al fratello Giuseppe; a diciassette anni, in quella foto, indossa una divisa di musicante. Ciò fa pensare che abbia fatto parte della banda musicale di Potenza e che abbia svolto colà una certa attività come apprendista calzolaio? Non si hanno notizie di lui fino al 1911, data del suo matrimonio. |
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Stato civile: coniugato |
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Descrizione fisica: cm. 165 circa, di corporatura robusta, naso aquilino, segno zodiacale Pesci. |
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Servizio militare: non si hanno informazioni. |
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Sposalizio: il 18/3/1911 ( foglio 24 arch. Catt. Oria) presso la cattedrale di Oria con Recchia Annamaria Emerenziana (n.1881) di Barsanofio -” Luigi lu cacca”- e Fella Filomena. Padrini: Neglia Giuseppe e Monaco Leonardo. Lui ventunenne e lei trentenne. |
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08. |
Emigrazione in America: i coniugi partono per New York nel 1911. Questo viaggio in cerca di fortuna lo fanno insieme ai fratelli di lei, Giuseppe con la moglie De Simone Concetta; Giovanni con la moglie Carolina; Francesca con il marito Gennari Felice (detto “lu cacca”); Stefanina, Maria e Sigismondo (Stefanina e Sigismondo li avevano preceduti nel 1906). Un cugino, Ciccillo, già in America, fa parte di una organizzazione mafiosa detta “Mano Nera”. Lì nascono, nel 1912, Anna (Ninia) in Sullivan Street e nel 1917 Giovanna Immacolata. Di questo periodo abbiamo come documento la foto che lo ritrae davanti al suo laboratorio di calzolaio “SHOEMAKER”. Queste coppie seguono la scia del fenomeno migratorio degli Italiani meridionali in America. Del resto non possiamo dimenticare l’esperienza americanata, durata qualche anno o mesi, degli stessi germani di Michele: Giuseppe, Pasquale e Luisa (confronta nel sito www.famigliagaliano.it la rubrica Pagine di storia “ Voglio andare in America” e la tabella analitica delle emigrazioni nei vari anni, nonché il sito www.ellisisland.org). |
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09. |
Nel 1920 sono di ritorno a Oria. Michele, avvisato dal cugino della moglie, Ciccillo, di rappresaglia della “Mano Nera” per non aver eseguito quanto richiesto, decide di rientrare in Italia con la famiglia, a Oria, dove risiede in via Muraglie Lama n.67, poco prima della “grotta”. La vita è dura: è difficile inserirsi nel mondo del lavoro del proprio paese; anche qui si ripercuote la lenta ripresa postbellica. Da fonti orali dei nipoti Spina Angelo di Cosimo e Giovanni Ballanti sappiamo che la moglie è benestante (imparentata con gli Schiroli, con la madre del dr. Daresta), ha un cognato, “Felice lu cacca”, partito con loro nel 1911 in America e come affiliato alla “Mano Nera” si è arricchito e, rientrato in Oria, ha abbellito la sua casa di via Castello. |
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10. |
Nascono in Oria altri due figli: Michela Elena (1920) e Angelo Salvatore (1923); quest’ultimo muore poi a 4 anni nel febbraio del 1926. Il mestiere di ciabattino (lui è molto bravo nel confezionare scarpe ortopediche) rende poco. Si arrangia suonando il basso tuba nella banda del paese ai funerali e nelle feste; suona anche nella banda musicale di Ceglie Messapica, come attesta una foto dell’epoca (ultima fila, settimo da sinistra). |
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11. |
Alla fine del 1925, sollecitato da un amico, rivelatosi in seguito poco affidabile, parte per il Sud America, si stabilisce in Argentina, a Buenos Aires. Da questa residenza il 14-1-1926 spedisce una lettera al fratello Giuseppe di Oria. Dall’importante documento si traggono molte informazioni sulla sua seconda emigrazione in America: lì sarebbe arrivato da qualche mese, vive da solo, invia nella lettera una foto (sul retro manda i saluti al padre Angelo) che lo ritrae seduto accanto ad un tavolo, dice di aver superato una prova d’arte come calzolaio (primo su sei partecipanti), e una prova in musica per la banda della Marina, ma poi precisa che, non essendovi posti disponibili, si appresta ad affrontare un altro esame per la banda musicale di Buenos Aires e che nutre buone speranze in quanto l’organico è di 160 musicanti; lavora come un dannato; non accusa più una colite di natura nervosa (alimentazione differente e lontananza dalla famiglia); esprime al fratello Giuseppe, che aveva fatto da padrino al battesimo del figlio “Angioletto” (Angelo Salvatore), sentimenti di affetto e di stima, gli raccomanda l’intera famiglia, si dimostra particolarmente affettuoso per il nipotino Pasqualino che gli faceva degli scherzi innocenti quando lui sfilava con la banda per le vie di Oria (Pasqualino era nato nel 1919 e quindi aveva 5-6 anni); esprime entusiasmo per i suoi progetti, ottimismo nel futuro e fiducia in Dio. La grafia è ben curata per il suo livello culturale di base, anche se si notano alcuni errori ortografici; alcuni modi di dire sono originali e interessanti: questo documento è estremamente importante non solo per le preziose informazioni ma anche perchè un esame grafologico potrebbe approfondire altri tratti della personalità del soggetto. Una particolare menzione fa la dott. Concetta Pomarico nel 6° capitolo della sua tesi di laurea presso l’Università di Lecce “Due secoli di musica bandistica a Oria”, discussa nel mese di luglio del 2005. Viene trascritto un passo significativo riportato nelle pagine 101/104. “Molti elementi della fanfara di Oria, però, trascinati dall’amore per la musica, continuarono a suonare anche all’estero, nelle bande musicali municipali dei paesi ospitanti. Singolare a questo proposito è la storia del concittadino Michele Barsanofio Galiano, la cui attività di musicante (suonatore di basso a tuba) è documentata, prima nella fanfara di Oria e (dal 1920 al 1925) nella banda musicale di Ceglie Messapica (foto-cartolina all. 1). La dott. Pomarico riporta testualmente: “Mi ho fatto molto onore sul lavoro, dei sei calzolai sono stato il primo. Adesso voglio avere l’onore di dare un’esame sulla musica. Ho dato un’esame sulla musica della Marina ed ho riuscito ma ancora non c’è posto. Adesso debbo dare un’esame nella musica Municipale che sono 160 musicanti”. Lei precisa che ”in seguito alla prova sostenuta, la speranza di suonare nella banda si fa più forte e concreta, ma l’esito della vicenda rimane purtroppo ignoto, per cui non si sa se mai riuscì a suonare nella banda argentina. In una situazione precaria come quella vissuta da tutti coloro che furono costretti a sacrificare gli affetti per la speranza di una vita migliore, è bene sottolineare l’importanza del mantenere vive le proprie inclinazioni. L’amore per la musica, certamente, aiutò molti a superare i momenti più critici dell’espatrio: era come se si volesse così difendere saldamente quel filo che univa intensamente al proprio paese d’origine e alle proprie tradizioni.” Nel frattempo i parenti della moglie tornano tutti dall’America, tranne Sigismondo con la moglie che aveva fatto da madrina alla nipotina Gianì; rimarrà in America con i due figli, Barsanofio e Filomena. Chi ha fatto invece fortuna, è la sorella della moglie, Francesca con il marito Felice “mastro muratore”. Quest’ultimo ad Oria, in via Castello, acquista una casa (ora della famiglia di Cosimo Massa), l’abbellisce con dipinti murari, mobili pregiati e molta argenteria. Offre la sua mano d’opera nella costruzione di importanti fabbricati (le scuole elementari di via Renato Lombardi, ecc.). Intanto la famiglia di Michele non riceve né soldi, né notizie e vive in ristrettezze economiche. A tre anni, il quarto dei figli, Angelo, muore. Anna, la prediletta della zia Francesca che non ha figli, viene affidata appuntagli zii Francesca e Felice: questi ultimi, in varie circostanze dimostrano distacco e freddezza con la sfortunata Annamaria. Michele, torturato dal pensiero dei familiari lontani, vive da solo, senza lavoro, perde tutte le speranze di promesse fallite, si sente ingannato da quell’amico che lo aveva spinto al secondo espatrio – ben altra cosa era stata New York -, si ammala di un forte esaurimento nervoso. La conferma della situazione precaria e del suo stato di salute viene offerta da una lettera inviata al podestà di Oria il 13/8/1928 da La Plata, una cittadina poco distante da Buenos Aires – pensiamo che si fosse trasferito lì in quegli anni in cerca di lavoro. Il podestà aveva spedito agli oritani emigrati negli Stati Uniti, in Argentina, in Svizzera e in Francia una richiesta per un contributo da devolvere all’erigendo Monumento ai caduti in guerra. Copia del manoscritto, di cui siamo venuti a conoscenza per puro caso recentemente, è stata gentilmente concessa dall’Archivio del Comune di Oria, e dopo un esame comparativo della grafia, ne siamo certi dell’autenticità. Ciò che colpisce di più è la grafia più trascurata che di sicuro rivela uno stato d’animo non certamente sereno come lo era nel 1925. Preferiamo riportare integralmente il testo: “La Plata 13/8/928 Signor Potestà, con molto gusto o appreso tutto quello che a me ha mandato a dire. Io veramente per dire proprio la verità sono ammalato da molti giorni fa, tanto che mi trovo sfornito di moneta e se non da credito a me domanda alla mia famiglia, poi in questo paese dove mi trovo sono solo del nostro paese, e andare vicino alle persone estranei non mi danno niente perchè so io come stanno le cose basta dirle che sono più quelli che si stanno morendo di fame e che quelli che stanno mangiando sono pochi, forse sarà per il Presidente. Sarebbe il mio desiderio ma non posso, tenevo un po’ di moneta almeno per venirmene a casa mia e ne ho guastato più della metà. Non altro mi saluta Nunnu D. Antonino la Nunna D. Teresa e a tutti di famiglia a lei una stretta di mano. Sono il suo suscetto Michele Galiano” Michele vive allo sbando, le autorità vogliono rinchiuderlo in una casa di cura. Un medico, suo vicino di casa, rendendosi conto dello stato mentale e della precarietà estrema, ne facilita il rientro in Italia tramite il Consolato Italiano. |
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Nel 1929 Michele rientra in Italia, ad Oria, dove vive col lavoro precario di ciabattino; prova a curarsi. |
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Decesso. Nel 1934 assiste la moglie gravemente ammalata; difatti lei muore in quell’anno a quasi 54 anni. La residenza è la stessa, una casa modesta di via Muraglie Lama n.67, poco prima della “grotta”. Rimane sconvolto per la morte prematura della moglie a cui voleva molto bene, nonostante qualche critica rivoltagli per la notevole differenza d’età, cerca di curare il suo stato di depressione presso l’ospedale di Brindisi. La sorella Luisa, residente a Brindisi, lo conforta e lo assiste. Durante un suo viaggio all’ospedale Di Brindisi, Michele cade in una buca non ben protetta (durante i lavori della rete fognaria) e viene ricoverato per le ferite riportate. Lì muore nel 1934, solo dopo cinque mesi dalla morte della moglie. La salma, tumulata nel cimitero di Brindisi, risulta dispersa in seguito al bombardamento degli Americani. L’ironia della sorte vuole che un’invettiva rivolta da Michele ai suoi concittadini, si ritorcesse nei sui confronti dieci anni dopo. Difatti un particolare curioso è raccontato da suo nipote Angelo figlio di Cosimo: zio Michele, venendo a Mesagne per far visita a suo fratello Cosimo, si mise sulle ginocchia mio fratello Pino (io avevo quattro anni) e suggerì, allorquando sarebbe diventato grande, di diventare un aviatore, perché, volando su Oria, avrebbe potuto sganciare una bomba per distruggerla. Questa idea gli balenava in mente per qualche motivo che a noi sfugge: aveva ricevuto probabilmente qualche torto da chi gli stava attorno? Qualcuno gli circuiva la moglie? La sua città gli era stata una cattiva matrigna per la carenza di lavoro? Peraltro, ancor peggio gli andò, perché l’America che gli aveva voltato le spalle nel mondo del lavoro, dieci anni dopo, bombarda, distrugge e disperde le sue misere spoglie: il cimitero di Brindisi fu bombardato dagli aerei americani nel 1944 e le sue ossa furono disperse tra le macerie! |
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Le figlie supersiti: Anna (Ninia) che era già stata affidata alla zia Francesca, ha un rapporto occasionale con un “commissario d’alloggio” ospitato in casa della zia Francesca, genera nell’ottobre del 1939 Michele Rosario che poi morrà in tenera età; nel 1941 si sposa con Alberto Edmondo Mottola da cui avrà Francesca; dalla successiva unione nel 1947 con Raffaele La Monaca, detto Aldo il siciliano, legittimata nel 1960, genera Giovanni Francesco; Raffaele La Monaca sperpera tutte le sostanze di Anna, compresi i lasciti della zia Francesca. Anna si trasferisce a Torino, muore nel 1977 e viene traslata nel cimitero di Oria. La famiglia di Anna si sviluppa nel modo seguente: la figlia Francesca sposa Damiano Muscogiuri e genera Anna Grazia e Selina con residenza a Oria; l’altro figlio Giovanni Francesco, sposa Anna Rosa Del Bene e genera Rodolfo ed Enrico; Giovanni vive nelle isole Canarie mentre i figli vivono a Pordenone. Giovanna Immacolata (Gianì), ventisettenne, viene affidata allo zio materno Peppino, tornato dall’America e residente a Taranto; lei, portantina nell’ospedale di Taranto conosce l’infermiere Vincenzo Di Gifico e si sposa nel 1936; rimasta vedova nel 1964, sposa Giuseppe Bianco; muore nel 1997 ed è sepolta nel cimitero di Taranto. Lascia i figli Giovanni, Anna, Michele, Giovanni e Benito; le rispettive famiglie vivono quasi tutte a Taranto. La famiglia di Giovanna Immacolata si sviluppa in questo modo: Giovanni sposa la cugina Anna Ballanti e genera Vincenzo; Felicita sposa Antonio Castellano e genera Concetta, Sabina e Nicola; Anna sposa Giuseppe Larizza e genera Carmela, Gaetano e Danilo; Michele sposa Maria Matichecchia e genera Massimo e Marco; Giovanni sposa Gabriella Cascone e genera Simone e Luca; Benito sposa Maria Di Canio e genera Giuseppe, Salvatore e Andrea. Michela Elena (quagghiarella), quattordicenne, viene affidata ad un istituto di suore di Oria che pensa invano di offrirle una sistemazione presso una famiglia di Lecce; rientrata a Taranto per assistere la sorella Gianì per una gravidanza difficoltosa, rimane lì e nel 1938 si sposa con Ferdinando Ballanti e genera due figlie, Genoveffa e Anna. Muore il 14/12/2005. La famiglia di Elena si sviluppa in questo modo: Genoveffa sposa Antonio Stolfi e genera Gaetana, Scipione e Cristian; Anna sposa il cugino Giovanni Di Gifico e genera Vincenzo. Tutte queste famiglie risiedono a Taranto. |
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Fonti e oggetti conservati. Le foto e la lettera di cui sopra sono conservate da Galiano Angelo, via Pacuvio 27, 72024 Oria, tel. 0831 817768, la lettera del 1928 è conservata nell’Archivio del Comune di Oria. La presente scheda informativa è stata redatta da Angelo Galiano che, oltre a consultare l’Archivio della Cattedrale, la Scuola Elementare di Oria e la tesi di laurea della dott. Concetta Pomarico “Due secoli di musica bandistica in Oria”, si è avvalso dei documenti di famiglia di cui sopra e delle preziose fonti orali dei parenti più diretti di Michele (i nipoti Giovanni Di Gifico, Francesca Mottola, Angelo Spina e Angelo Galiano di Cosimo); la fonte più autorevole e scritta, peraltro ricca di molti particolari, è stata fornita dalla figlia Elena e dal sito www.ellisisland.org. |
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