Famiglia Galiano


Vai ai contenuti

Menu principale:


Galiano Luciano Barsanofio

+ Ricerca Genealogica > Schede

     

GALIANO (GALLIANO) LUCIANO BARSANOFIO MICHELE
(1876-1896)

Figlio di Angelo Galiano di Michele e Giovanna Scarciglia di Cosimo
Soprannome
“Pitocco”


Nato a Oria, primogenito tra 12 fratelli e sorelle: Luciano Barsanofio Michele, Elena Maria Dolorosa, Elena Dolorosa Stefania, Giuseppe Cosimo Damiano, Elena Maria Concetta Immacolata, Pasquale Emanuele Salvatore, Michele Francesco Di Paola, Michele Barsanofio, Luisa Assunta, Cosimo Damiano, Francesco Di Paola, Teresa Di Gesù; probabilmente avrà frequentato le scuole d’ avviamento, pronto nel calcolo matematico e incline allo studio, celibe; arruolato nell’Esercito, col grado di Sergente, partecipò alla guerra d’Africa nel 1896, esattamente nella battaglia di Adua, nelle località di Adigrat, Edagamos (EDAGA-AMUS o IDAGA-HAMUS) - altopiano di Adua - ed Abba Garima. Fu ritenuto disperso in quest’ultima località collinare che segnò la disfatta dell’Esercito Italiano.

01.

Nascita: il 25/04/1876 a Oria; Battesimo: il 27/04/1876 (Archivio Cattedrale Oria)

02.

Primogenito di 12 fratelli e sorelle: Luciano Barsanofio Michele, Elena Maria Dolorosa, (dec. inf.), Elena Dolorosa Stefania (dec. inf.), Giuseppe Cosimo Damiano, Elena Maria Concetta Immacolata, Pasquale Emanuele Salvatore, Michele Francesco Di Paola (dec. inf.), Michele Barsanofio, Luisa Assunta, Cosimo Damiano, Francesco Di Paola (dec. inf.), Teresa di Gesù.

03.

Grado d’istruzione: probabilmente frequentò le scuole di avviamento

04.

Stato Civile: Celibe

05.

Descrizione fisica: capelli corti e scuri, colorito bruno, sguardo vivo e penetrante, naso aquilino, segno zodiacale Toro

06.

Tratti della personalità/aneddoti: le notizie tramandate oralmente sono scarse. Suo fratello Giuseppe (più grande degli altri fratelli, quattordicenne quando Luciano partì militare), raccontava che tutti ammiravano Luciano per la sicurezza nelle operazioni aritmetiche, l’ordine nello spazio grafico, la calligrafia, per l’inclinazione allo studio: il direttore didattico di allora, Achille Spezi, avrebbe consigliato il padre di Luciano di farlo proseguire negli studi o nella vita militare.

07.

Servizio militare: arruolato nella fanteria nazionale? Cavalleria? (Caserma Perlucchetti di Milano? Reggimento Volturno? Verificare per Volturno in quale raggruppamento, poiché le coordinate sono diverse (Dal libro: Sala storica – Il nostro 3° “Volturno” ed. luglio 2002, a pag. 10 si legge: 2^ cp Eritrea (1895-96) (28 da fortezza): concorre alla formazione delle btr 3^ 4^ 5^ impegnate ad Adua; 1^ cp (4^ da fortezza): Eritrea (1895/96) concorre alla formazione 3^btr presente ad Adua. Non avendo nessuna documentazione in famiglia, chi vuole indagare può seguire questi indizi presso la caserma Perlucchetti di Milano, presso il Reggimento Volturno di Portogruaro o presso l’archivio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano – Roma.

08.

Da una riproduzione del suo volto eseguita a matita e racchiusa in un ellisse, basandosi su una foto, si hanno preziose informazioni riportate oltre i bordi del contorno, forse tratte da documenti pervenuti alla famiglia che annunciavano che era ritenuto disperso in Africa in seguito alla campagna di Adua: “Adigrat 4/2/1896, Edagamos …2/1896, Abba Garima 1/3/1896”. In sintesi: dopo un breve corso, con il grado di Sergente nella Fanteria Nazionale, partiva da Napoli con destinazione Eritrea-Etipia.
In attuazione della politica espansionistica durante il periodo coloniale delle grandi potenze europee tra l’’800 e il ‘900, “la partenza di numerosi rinforzi in uomini e materiali da Napoli fino alla fine di febbraio – si legge a pagina 60 del volume ERITREA ETIPOPIA A.O.P. Africa Orientale Italiana – Immagini di Storia ed. Italia, febbraio 1994 – era stata programmata dal Governo Italiano (secondo ministero Crispi) nella giusta convinzione che la guerra contro il Negus e gli Etiopici sarebbe continuata; ma si trattava di truppe nazionali che non avevano ricevuto adeguata preparazione e che impiegavano parecchio tempo ad adattarsi alle difficili condizioni del clima e del terreno”.
Giunto, quindi, in Etiopia, probabilmente nei primi di febbraio del 1896, a venti anni, Luciano partecipò alle tre fasi menzionate della battaglia di Adua. Affrontò con 15.000 commilitoni, tra italiani e ascari, gli 80.000 Etiopici del Negus Menelik negli scontri vicino al forte Adigrat, Edagamos e al colle Abba Garima; in quest’ultima località, il 1 marzo, il giorno della disfatta, si perdono le sue tracce: il suo corpo non fu ritrovato.
Non avendo altri documenti in famiglia, se non la foto e il ritratto a matita, per approfondire un po’ le ultime fasi della sua giovane esistenza, il contesto storico e la presenza nella stessa battaglia dell’omonimo maggiore Giuseppe Galliano, lì deceduto e sepolto a Bari, nel Sacrario dei Caduti d’Oltremare ( un eroe in terra d’Africa insieme al maggiore Toselli, ricordato in Italia con l’intestazione di alcune vie, in America con un liquore esotico a base di erbe, denominato “
liquore Galliano” – per ulteriori approfondimenti rinviamo al “cognome Galiano”, tra le pagine del sito).
Si ritiene utile riportare alcune note su fatti accaduti poco prima di Adua, la descrizione della battaglia e alcune considerazioni fatte dagli studiosi che hanno curato la stampa del volume su accennato.
“Il 7 dicembre 1895 il ras Maconnen aveva assediato Amba Alagi presidiato dal maggiore Toselli. Questi, difendendo inutilmente il forte con 20 soldati italiani, 19 ufficiali e 1500 ascari, cadeva sul campo. I 500 scampati ripiegavano con la colonna di soccorso del generale Arimondi presso Macallè. Il grosso dell’esercito si trasferì altrove, lasciando un piccolo distaccamento agli ordini del maggiore Giuseppe Galliano offertosi volontario, costituito da 1150 ascari, 176 italiani e 21 ufficiali, per ostacolare la marcia dell’esercito etiopico. Giunto nei pressi, il 7/1/1896, Menelik iniziò l’assalto. Tramite il mediatore Pietro Felter fu raggiunto un accordo il 18 gennaio, approvato e comunicato dal generale Baratieri al Galiano per lasciare onorevolmente Macallè. Quando uscirono i reparti combattenti con Galliano in testa, gli Etiopici resero l’onore delle armi. L’episodio di Macallè suscitò grande ammirazione in tutta l’Europa e profonda impressione nel Negus, il cui sterminato esercito era rimasto bloccato da più di un mese da un pugno di italiani.
Nelle pagine 61 e 65 del volume citato viene descritta e analizzata la battaglia di Adua. Riporto integralmente il testo.
“Alla base della dolorosa giornata di Adua (1/3/1896) ci sono molte cause, alcune delle quali ancora non perfettamente chiare. Ci fu soprattutto una sottovalutazione delle effettive capacità dell’esercito etiopico; poi una certa fretta da parte del Baratieri nel cercare una grande vittoria che potesse cancellare tutte le critiche che gli erano piovute addosso dopo l’Amba Alagi e Macallè. Ma anche i comandanti di brigata furono d’accordo con lui per un’offensiva. D’altro canto le difficoltà nel ricevere adeguati rifornimenti in zone così lontane dalle basi eritree impediva una difesa ad oltranza del vasto confine e rendeva assurdo un attacco profondo e duraturo in territorio etiopico: ma il negus era giunto fino ad Adua e qualcosa bisognava pur fare per impedirgli la penetrazione nella colonna.
La battaglia non fu preparata adeguatamente: ai comandanti delle tre brigate vennero date indicazioni imprecise, con mappe del territorio in parte sbagliate o lacunose, per cui vi furono poi gravi errori nella disposizione sul terreno. Nessuno dei reparti era fornito dei sistemi di telegrafica ottica pur in dotazione: perciò i collegamenti tra di loro risultarono lenti e difficili. Le truppe marciarono tutta la notte su un terreno accidentato, e all’alba, quando si scontrarono col nemico, erano stanche e affamate.
Non va sottovalutata la condizione di forte disagio psicologico in cui combatterono soprattutto le truppe nazionali, molte arrivate da poco in colonia: i racconti delle atroci sevizie (l’evirazione in primo luogo) cui gli Etiopici sottoponevano prigionieri, feriti e perfino cadaveri, avevano un effetto terroristico che potrebbe spiegare l’improvviso cedimento di alcuni reparti.
La marcia italiana verso Adua avvenne su quattro colonne, tre avanzate agli ordini dei generali Dabormida, Arimondi e Albertone, e una riserva agli ordini del generale Ellena; costituivano le colonne tre brigate di fanteria nazionale e una brigata indigena per un totale di 14.519 uomini con 551 ufficiali e 56 pezzi d’artiglieria. A causa dei cattivi collegamenti fra le colonne, risultò difficile coordinarne i movimenti, per cui il nemico poté assalirle separatamente e distruggerle. La prima ad ingaggiare il combattimento, alle 5 di mattina, fu la colonna di Albertone, che aveva colpevolmente superato le posizioni assegnategli; travolta da 15.000 nemici e dopo aver atteso vanamente l’aiuto delle altre colonne, alle 10.30 iniziò a ripiegare con pesantissime perdite. Il generale Albertone fu fatto prigioniero.Il generale Dabormida con la sua brigata, ricevuto l’ordine di accorrere in soccorso della colonna Albertone, sbagliò direzione forse per un errore delle carte: si ritrovò isolato ad avanzare contro un intero accampamento abissino e dovette affrontare i circa 50.000 Etiopici dei ras Mangascià, Alula e Michael.
La brigata di Dobormida si battè con slancio e disperato vigore, riuscendo anche a contrattaccare, ma in serata, non ricevendo né aiuti, né ordini da Baratieri, fu costretta alla ritirata, ma pressata ai fianchi, fu quasi completamente massacrata; anche il generale cadde e il suo corpo non fu più ritrovato.
La colonna centrale Arimondi, seguita dalla brigata Ellena, nella sua avanzata si trovò scoperta sui fianchi per la mancata copertura delle colonne esterne già impegnate in combattimento e soverchiate; fu quindi aggirata e presa di fianco e alle spalle. Si batterono eroicamente i bersaglieri del 1^ reggimento, cadendo quasi tutti; poi la battaglia si frantumò in scontri isolati, finché all’ala sinistra cedettero di schianto gli ascari dei ten. col. Galliano, l’eroe di Macallè. La loro fuga disperata travolse gli altri reparti. Morirono in combattimento Arimondi e Galliano. Al tramonto Barattieri ordinò la ritirata, che fu dolorosa quanto la battaglia; il nemico inseguì i superstiti per alcuni chilometri, provocando altre gravi perdite con attacchi continui; predoni indigeni, attratti dalle salmerie e dagli oggetti personali dei nostri soldati, piombarono come avvoltoi nel buio; la sete, la fame, le ferite, la stanchezza di più di sette ore di battaglia falcidiarono ulteriormente la colonna dei fuggiaschi. Il 3 marzo lo strazio ebbe termine e le truppe potettero raccogliersi ad Adi Caieh: mancavano all’appello 262 ufficiali, 4.300 soldati italiani e 2.000 ascari caduti sul campo, 1.500 italiani e 400 indigeni fatti prigionieri. Il negus perse forse 15.000 uomini, ma aveva vinto la più grande battaglia coloniale della storia del XIX secolo e si era impadronito di 56 cannoni, quanti non ne aveva mai posseduto. Ai 400 ascari prigionieri, considerati traditori, furono amputati, per punizione, il piede sinistro e la mano destra (perché non potessero più salire a cavallo e impugnare un’arma); 30 nostri soldati, sottoposti al barbaro supplizio dell’evirazione, riuscirono a sopravvivere, mentre parecchi altri ne morirono. Il 18 giugno 1896 lo stato di guerra in Eritrea venne a cessare e si intensificarono le trattative di pace; questa fu firmata ad Addis Abeba il 26 ottobre 1896.
In particolare, nel trattato fu compresa la consegna dei prigionieri di guerra italiani, che languivano da sette mesi in condizioni disumane e che il negus aveva usato come strumento di pressione sulla diplomazia e sull’opinione pubblica italiana. Beffarda fu la pretesa (esaudita) del negus di ricevere un indennizzo di 10 milioni di lire per il mantenimento a spese del suo popolo dei prigionieri italiani. Una missione della Croce Rossa Italiana andò a prelevarli ad Harrar rimpatriandoli tra il dicembre 1896 e il marzo 1897”. Per confrontare e suffragare quanto descritto in detto volume, si può consultare di Oreste Baratieri
“Memorie d’Africa (1892-1896)” ed. I Dioscuri 1988, e di Emilio Bellavista “La Battaglia di Adua” ed. I Dioscuri.

Alla famiglia di sicuro sarà stata data la comunicazione da parte del comando militare della fine del sergente Luciano, poiché se non è reperibile il documento, quantomeno disponiamo del ritratto eseguito a matita da I. Aschivamteur o meglio I. Ascbwamterz ( tale disegno, rispetto alla foto ritoccata pare sia più rispondente alle sue vere fattezze, conoscendo quelle dei fratelli). Esso riproduce le tre date con i luoghi di battaglia e le relative medaglie (non riporta però il luogo e la data delle battaglie di Amba Alagi con Toselli e Macallè con Galliano –dicembre 1895 e gennaio 1896): riteniamo sia una fonte documentaria molto preziosa. Probabilmente fu commissionato dalla famiglia nell’intento di ricordare la sfortunata esperienza di Luciano in occasione della ripresa di Adua durante il Ventennio Fascista: in tale occasione – ricorda qualche anziano - vi fu nella piazza di Oria una solenne celebrazione in cui furono esposte le immagini di Luciano e degli eroi della battaglia di Adua del 1896. Il disegnatore avrà riportato, a posteriori, quanto di ufficiale si sapeva, compresa l’effigie della medaglia istituita per la campagna di Adua, riscontrabile sulla litografia (Ronchi di Milano) dedicata al ten. col. Giuseppe Galliano (a lui fu dedicato un liquore a base di erbe dal color giallino, il ”liquore GALLIANO”, le informazioni su questo liquore possono trovarsi nel ramo genealogico, scheda C 1). Il fratello Giuseppe riferiva ai figli e ai nipoti di aver saputo da un superstite oritano, Cosimo l’africano, testimonianze che confermavano le vessazioni fatte ai prigionieri e su un particolare delle ultime ore del Nostro, velato di mistero e fantasia (?), secondo cui, in seguito alla disfatta di Adua, Luciano e il suo compaesano, non sapendo dove andare, avrebbero scelto, l’uno rispetto all’altro, direzioni opposte da seguire, Luciano avrebbe detto: “Tu vai di là? Io invece dalla parte opposta. Ciascuno segua il proprio destino”. Quest’ultimo , considerando l’efferatezza del nemico, andò incontro alla morte. Ufficialmente Luciano fu dichiarato disperso. Rimangono in noi alcuni interrogativi: il corpo militare in cui era arruolato, la data della partenza in Africa, la brigata e la colonna a cui fu assegnato, se ha avuto l’onore di combattere nella stessa colonna dell’omonimo ten. col. Giuseppe Galliano, gli ultimi giorni della sua esistenza. Tali curiosità potrebbero essere approfondite seguendo le tracce indicate all’inizio di questo paragrafo. Al di là di questo, la sua morte per la famiglia fu un duro colpo ed il ricordo affettuoso di questo prozio che ha donato la sua vita alla Patria (per l’espansionismo coloniale!...) è rimasto a lungo nella memoria dei nipoti e pronipoti ( vedi aneddoto " La santa Monica").

09.

Matrimonio: //

10.

Figli: //

11.

Attività professionali preminenti o mestiere svolto: //

12.

Associazioni frequentate, religione: //

13.

Hobby e abilità varie: v. paragrafo 6.

14.

Testamento: //

15.

Residenze: //

16.

Decesso: 1 marzo 1896, ad Abba Garima, Etiopia, durante l’omonima battaglia detta globalmenteAdua”. Non si sa nulla dei suoi resti mortali. Esiste, per i più fortunati, un Ossario dei caduti di Adua a Daharò Conat presso Adi Quala, inaugurato dal re Vittorio Emanuele III il 3/10/1933.

17.

Fonti storiche e oggetti personali. Fonti scritte: il fratello Peppino conservava in un quadro la foto a mezzo busto realizzato dallo studio fotografico di Giuseppe Cappiello, via Antonio Villani, 43, Napoli. Luciano era ripreso in divisa militare, portava al colletto una stelletta e al petto la medaglia di Vittorio Emanuele II, medaglia riscontrabile anche sul petto del ten. col. Giuseppe Galliano ( entrambi deceduti nella battaglia di Adua); sotto il vetro, di lato era conservata una mostrina nera e un ritaglio di un giornale riproducente l’immagine del ten. col. Giuseppe Galliano. All’esterno era appeso un casco coloniale applicato in una data successiva, ora conservato da Cernilia, la nipote di Cosimo reduce dalla campagna di Libia. Tra i documenti, il fratello Peppino conservava un ritratto a matita descritto ampiamente nel paragrafo 6; possedeva anche una copia litografata, a mezzo busto realizzata dalla ditta Ronchi di Milano, riproducente il ten. col. Giuseppe Galliano che si fregia di 4 medaglie ( una copia simile è conservata dalla figlia della sorella Teresina, Giovanna). I documenti posseduti dal fratello Peppino possono essere consultati presso il nipote Angelo. Testi consultati: ERITREA ETIOPIA A.O.I. Africa Orientale Italiana – Immagini di Storia ed. Italia febbraio 1994; Atti della Sala Storica Il Nostro 3° “Volturno” editi dal Comando del 5° Reggimento Art. Ter. “Superga” – Caserma Capitò Portogruaro, 2002. Fonti orali: informazioni date nel tempo dal fratello Peppino ai figli.

     
     
     

Torna ai contenuti | Torna al menu