Famiglia Galiano


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...e per voto andremo...

+ Scampoli di vita...

…e per voto andremo a S. Cosimo!

Maggio 1952. Festività di S. Cosimo.
Quant’è bella questa
palla di vetro! – pensavo. Agitandola, come per magia, faceva vedere la neve, mascherando con le tante palline bianche e ondeggianti i due minuscoli busti dei santi medici, Cosimo e Damiano. La mia curiosità era tanta. La palla stava a portata di mano ma intuivo che era vietato. Era vietato non solo a me ma anche ai pellegrini che per verificarne l’effetto neve erano portati ad agitarle col rischio di infrangerle.
Stando in mezzo a tanti ricordini spiccava sia per i riflessi che per il fondo blu che gli artigiani avevano dipinto. Il tutto su una bancarella allestita da mio padre quell’anno, proprio davanti al suo laboratorio sartoriale di corso Roma. Questa era una consuetudine ormai di papà e di alcuni Oritani che si improvvisavano commercianti durante le giornate di maggio dedicate ai santi Medici, lungo il tragitto che conduce alla cattedrale, iniziando da piazza Manfredi.
Sulle bancarelle vedevi una varietà di ricordini: medagliette a spillo, ciondoli, quadretti col vetro contornato da nastro adesivo dorato o argentato, anelli, macchinette fotografiche in plastica con diapositive del santuario e delle statue dei santi Medici; ma ciò che attirava di più l’attenzione dei devoti in pellegrinaggio nella località detta S. Cosimo della Macchia (a circa quattro chilometri da Oria) e alla Cattedrale depositaria delle cinque statue (stilisticamente di scuola veneta e napoletana) e delle reliquie esposte nelle teche d’argento, erano le
palle di vetro con effetto neve, i quadretti e i nastrini multicolori messi in vendita sulle bancarelle.
Voglio soffermarmi a parlarvi di questi tre oggetti: i nastrini, i quadretti, le
palle.
Vi era a Oria una ditta che importava tutti questi prodotti religiosi esposti sulle bancarelle: si andava dalla ditta Alighieri di corso Roma e si otteneva in conto deposito questo materiale. Col ricavato gli improvvisati commercianti ambulanti potevano campare qualche settimana. Papà tentò questa breve esperienza per alcuni anni, credo dal 1952 al 1960, dimostrando di avere spirito di iniziativa, una buona abilità manuale dimostrata in mia presenza e ottenendo per quelle giornate impegnative la collaborazione della mamma e di noi due figli più grandi, Antonietta e io.

1.

I nastrini. Mio padre Pasqualino, dopo aver preso un buon assortimento di articoli religiosi da Alighieri, e trascurando il suo consueto lavoro sartoriale per quei giorni di intenso pellegrinaggio religioso, pensava ai preparativi, dedicando qualche oretta la sera. Io ne ero coinvolto. Sbrogliati i rocchetti delle fasce colorate, si ottenevano nastrini lunghi 60/70 cm; venivano poi infilzati a dei ganci posti a un’assicella della bancarella. Anche se ancorati per colore omogeneo, se sventolavano al vento davano un po’ di attrazione e vivacità alla folla che si accalcava chiassosa per la strada, mescolando e sovrapponendo il vocio delle frasi dialettali con il suono assordante delle campane a festa. Io, con l’assicella in mano gridavo: “i colori dei santi Medici!” In realtà simbolicamente richiamavano le tinte con cui erano state dipinte le statue dei santi: il rosso per significare l’amore per Dio e il prossimo, il sangue del martirio; il verde l’amicizia e la speranza; il giallo oro la fede e la gloria … Questi nastrini erano destinati a ornare i campanelli delle bici, i finimenti dei cavalli o dei traini allora in voga, successivamente le auto, i furgoncini a tre ruote.

2.

I quadretti. Erano confezionati da mio padre, io ero il suo assistente. Queste immagini (20 X 30 oppure 13 X 18) a colori dei santi medici, dei gemelli e dei cinque fratelli martiri della fede cristiana, una volta procurati i vetri ed il cartoncino, venivano assemblati con un nastro adesivo dorato o argentato da bagnare e con un appendino di carta. Mio padre nel farlo era molto preciso e dimostrava di aver una manualità fine, perfezionata anche dal fatto che era sarto.

3.

Le palle di neve, ovvero, bolle di vetro, ampolle. Da una confidenza fattami dal mio compare Virgilio Alighieri, la sua famiglia, grande fornitrice dei ricordini religiosi, si era specializzata proprio nel confezionare le palle con effetto neve. Lui e i suoi fratelli, constatando che molte palle (loro le chiamavano più correttamente bolle), giungevano da Milano con grande difficoltà e spesso rotte, maturarono l’idea di produrle in loco. La procedura era complessa ed è stata descritta in una intervista riportata nel sito www.famigliagaliano.it\Rubriche\Pagine di storia\Storia di una palla di neve.


Riuscirono dopo vari esperimenti ad assemblare elementi eterogenei tra loro, vetro, plastica, gomma, resine, acqua scaglie di gesso, spezzoni di specchio, conchiglie… Un vero capolavoro di artigianato nostrano non più reperibile tra i tanti ricordini religiosi ora esposti sui banconi del mercatino di S. Cosimo. Queste bolle attraenti non le vedi più, vedi invece una miriade di ricordini e quadretti di ogni misura riproducenti tanti santi, croci, rosari, statue. Ebbene, quelle bolle luccicanti al sole di maggio di quel lontano ormai 1952 che scottava sulle nostre teste intente per lunghe ore a pubblicizzare la merce e a vigilare per le mani leste di qualche pellegrino, mi attraevano, ed io, ragazzino di sette anni, chiedevo alla mamma che mi stava accanto, nella mia ingenuità, di farmene toccare almeno una e per poco tempo, per vedere l’effetto neve. Vane furono le mie suppliche. Alla fine, ad una svista, mi decisi e ne presi una collocata lungo il bordo della bancarella. Mi scivolò dalle mani e l’oggetto del desiderio si ruppe in tanti pezzi! La rabbia di mio padre non si fece attendere: tra l’altro, bestemmiò i santi di quella festa. Dopo un po’ avvertii un forte mal di testa tanto da adagiarmi spossato sul divano che avevamo dietro il separè del laboratorio sartoriale, proprio vicino ala bancarella. La febbre, misurata dal nonno Peppino che per caso si trovava a passare di lì, aveva superato i 40 gradi. La mamma associò la febbre e il mio malessere non tanto all’insolazione, quanto alla reazione dei santi contro cui mio padre aveva lanciato l’invettiva. Fu lei a dirmi, una volta ristabilitomi: “Per voto andremo a S. Cosimo, a piedi, ogni anno”. Il voto poi fu assolto per alcuni anni e poi sciolto quando mi allontanai dal paese per motivi di studio.

Oggi, dopo circa sessanta anni, vedo passare dalla mia campagna confinante con la strada che conduce a S. Cosimo, tanti pellegrini, grandi e piccoli. Anch’essi vanno per voto al Santuario, chi recitando il rosario, chi scherzando, chi parlando dei loro problemi, chi in silenzio. Qualche volta vado pure io in estate per la messa domenicale. L’andare a piedi libera lo spirito da queste scorie terrene… e i Santi Medici Anargiri ancora oggi riescono a curare le nostre anime protese verso il tortuoso cammino della fede.





Angelo (Lino) Galiano, marzo 2010







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