Menu principale:
+ Fiabe
Come la ricchezza buca il cervello
In un paese lontano e tanti anni fa regnava un re tiranno. Aveva schiavizzato il popolo che doveva consegnare tutto il prodotto della terra ai suoi emissari.
Per sopravvivere i sudditi si cibavano di radici, di erbe selvatiche e di ciò che offriva il grande bosco.
Chi si ribellava a questi soprusi ed imposizioni veniva o mutilato o accecato o crocifisso o scuoiato vivo. Le carni delle vittime, ad eccezione di quelli murati vivi nelle gole delle montagne, venivano dati in pasto ai cani o agli uccelli rapaci. I figli e le mogli dei ribelli venivano esposti di notte nel bosco e diventavano preda di belve selvagge.
Si vendevano ai popoli vicini i prodotti del duro lavoro dei sudditi e con il denaro ricavato il re e i suoi cortigiani vivevano nel lusso più smodato.
Un giorno il re fu informato che quello del regno vicino si era fatto edificare una tomba di proporzioni smisurate, più estesa del palazzo reale, perché, una volta morto e lì seppellito sarebbe diventato immortale.
Ebbene, il re dispose che venisse costruito anche per lui una tomba sontuosa e di grandissime dimensioni. Occorrevano massi di pietra. Fece sospendere i lavori dei campi e costrinse i suoi sudditi a strappare dalle montagne vicine l’occorrente.
Il lavoro cominciava al far dell’alba e cessava con le ombre della sera.
Per guadagnare più tempo, gli schiavi, tali erano ridotti i sudditi, non tornavano nelle loro misere capanne, ma erano costretti a riposare sulla nuda pietra delle montagne e sotto il tetto celeste. Con il sereno o con la pioggia o con il sole cocente o con i freddi insopportabili il lavoro doveva procedere ugualmente.
Quante vittime: uomini che mettendo il piede in fallo precipitavano nelle gole delle montagne, altri travolti dai macigni staccati dalla montagna, altri deceduti per sfinimento, alti deliberatamente suicidatisi, per sfuggire al calvario quotidiano.
Finalmente la costruzione della tomba terminò. Il re decise allora di avere un figlio, emissari furono spediti nei regni vicini per scegliere la sposa.
Fu scelta la figlia di un re, altrettanto crudele e tiranno. Nel giorno delle nozze fu distribuito al popolo grano e orzo, i festeggiamenti a corte con sommo dispendio di denaro durarono oltre una settimana.
Dopo alcuni mesi il re ebbe ciò che desiderava: un figlio. Ma all’età di circa cinque anni il figlio si ammalò; la febbre non lo lasciava un minuto; aveva perso l’appetito anche dinanzi a cibi ricercati e prelibati.
Di giorno in giorno deperiva. Ormai nel suo lettino sembrava un morticino. Un pallore accentuato era sempre presente sul suo viso; le sue membra erano flaccide. Furono consultati tutti i medici del regno. Nessun risultato. Furono interpellati i medici dei regni vicini, ma il bambino continuava a deperire.
I regnanti erano disperati. Il re aveva smesso il vestito dell’arroganza, della baldanza, della violenza, della superbia. Non riusciva a dormire né a mangiare. La notizia si sparse ai quattro venti e il popolo pensava che Dio avesse mandato la giusta punizione per tutti i reati e i peccati del re. Un cortigiano suggerì al re di consultare il vecchio della montagna, a cui si rivolgeva tutto il popolo quando era afflitto da malesseri. Il vecchio era venerato da tutto il popolo. Aveva varcato ormai il novantunesimo anno di età; aveva i capelli lunghi, incolti, bianchissimi, contro i rigori del freddo si copriva con pelli di pecore. Abitava in una caverna della montagna, una volta riparo degli orsi. Dormiva sulla nuda terra e si cibava di erbe selvatiche di radici e di frutti del bosco. All’alba di ogni giorno si recava nel bosco, selezionava le erbe da raccogliere, che sarebbero servite per infusi o per impacchi, per pozioni per lenire le sofferenze degli abitanti del reame.
Alle volte bastava la luce dei suoi occhi per sentirsi sollevato. Lo sguardo di quegli occhi penetrava sino al profondo dell’anima.
Di buon mattino tre cortigiani, preceduti da guardie del re, si recarono alla caverna del vecchio. Il vecchio era in piedi all’entrata della caverna, come se sapesse della delegazione diretta alla sua abitazione.
“Buon giorno, buon uomo – dissero i cortigiani – Il re desidera vederti al suo palazzo.”
“Conducetemi dal re. Però state a distanza da me, perché mi ripugna accostarmi a voi, che vi siete macchiati del sangue degli innocenti.”
Il vecchio giunse a palazzo; fu introdotto nella cameretta del bimbo. Lo denudò, lo palpò su ogni parte del corpo ed esclamò: “In questo corpicino è scarso il sangue e il bambino non riesce a produrlo in quantità sufficiente. Se non si interviene subito, morirà fra tre giorni”. “Cosa si deve fare?”, proruppe in pianto disperato il re.
“Due cose.”
“Quali?”
“La sofferenza del bimbo è la testimonianza vivente della sofferenza del popolo, al quale avete tolto la terra, il cibo e avete ucciso chi giustamente reclamava i propri diritti. Rimettere le cose al loro posto. E’ la prima cosa da fare.”
Il re, pur di salvare suo figlio, diede subito ordine di stilare un editto che liberava il popolo dalle angherie, dai soprusi, dalle ruberie.
Il vecchio, dopo aver letto l’editto: “ Immediatamente mandate i vostri banditori per tutto il regno. La seconda cosa è condurmi con i cavalli più veloci nel bosco”.
Il vecchio fu fatto salire su un cocchio e trasportato velocemente nella foresta. Una volta penetrato nel folto del bosco, il vecchio raccolse abrotano, centocchio, frassinella, ortica bianca. Ritornò a palazzo, preparò infusi con le erbe raccolte. Ordinò una dieta a base di asparagi, barbabietola rossa, ortiche, spinaci, germi di frumento e carne di cavallo. Il figlio del re dopo alcuni giorni si riprendeva e dopo un mese era completamente guarito. Il vecchio tornò alla sua caverna e rifiutò ogni compenso con stupore dei cortigiani, schiavi del denaro oltre che vili servitori del re.
Una ragazza di appena sedici anni un giorno si recò dal venerabile vecchio e: “ Caro nonno, alla tua età avrai certamente bisogno di assistenza e io ho deciso di venire a vivere con te.” Le forze del vecchio, infatti, venivano meno a causa dell’età avanzata. Da un po’ di tempo non si alzava all’alba come prima, rimaneva a letto e solo qualche giorno con fatica raggiungeva il suo amato bosco. Ester, questo era il nome della ragazza, benché le proteste del vecchio, preparò un giaciglio di foglie secche e profumate; munse la capra che si era portata dietro, macinò con pietre di fortuna l’orzo e il grano che aveva sottratto alla sua famiglia, raccolse le radici di piante selvatiche con il fermo proposito di rimanere accanto al vecchio, che, vedendo tutte le attenzioni propinate dalla giovane creatura, si commosse e due lacrime gli solcarono il viso, tracciato da rughe profonde.
Qualche volta, solo nelle calde giornate, il vecchio si accompagnava ad Ester e raggiungeva il bosco. Qui oltre a raccogliere le erbe miracolose per assistere la sua gente, istruiva Ester sulla sua arte medica. Ester imparava prima il nome di ogni erba e di ogni pianta e poi fissava nella memoria le loro virtù terapeutiche. Il vecchio raccomandò ad Ester di non raccogliere mai le erbe che procurano dolore e quelle che danno la morte. Le serate erano allietate dai racconti del vecchio. Le parlava dell’equilibrio naturale e della convivenza delle piante e delle erbe del bosco, della loro capacità di rinascere e di moltiplicarsi, dei loro profumi che attiravano gli insetti per l’impollinazione.
“Vedi, diceva, le piante non hanno gambe, però hanno intelligenza. Con i colori e con i profumi attirano gli insetti. Le piante comunicano fra loro. Se sei attenta, tu puoi cogliere la loro voce. Gli animali e gli insetti sono altre meravigliose creature. Basta conoscere l’organizzazione sociale delle api e delle formiche per convincersi di ciò.”
Ester ascoltava a bocca aperta e rimaneva estasiata dinanzi ai racconti sulla “bella famiglia d’erbe e d’animali”.
Prima di Natale, il vecchio chiamò Ester: “ Ragazza mia, devo andare. Mi chiamano da lassù. Mi raccomando di non svelare i segreti delle piante ai malfattori.”
Ester non capiva, ma si rese conto, quando gli occhi del vecchio si chiusero per sempre. Lo pianse per due giorni e per due notti. Al terzo giorno scese in pianura e diffuse la notizia alla sua gente.
La gente accorse in processione, pianse lacrime sincere. Il vecchio fu sepolto, secondo i suoi voleri, sotto la quercia più grande del bosco. Su una pietra furono scolpite le seguenti parole, secondo le sue ultime volontà: “ Chi fa l’elemosina al povero, fa un prestito a Dio.”
Ester decise di rimanere a vivere nella caverna del vecchio e di sostituirlo, forse indegnamente, nelle cure che il vegliardo prestava alla sua gente. Furono vani i tentativi e le implorazioni dei familiari per farla tornare a casa.
“Non posso, diceva Ester, il bosco è abituato a sentire la presenza dell'uomo, dell’uomo, però, che l’asseconda e non dell'uomo che lo inquina o lo distrugge.”
E, infatti, le creature del bosco non potevano fare a meno di vederla tra di loro e ammirare i suoi capelli rossi, i suoi occhi celesti, le fattezze del suo viso e il colore roseo della sua pelle o ascoltare la sua voce dispiegarsi i canti popolari.
Nella reggia si seppe della morte del vecchio e il re, ormai sicuro, decretò di ripristinare il vecchio ordine: la sistematica spoliazione dei beni del popolo.
I suoi sgherri battevano giorno dopo giorno le campagna e prelevavano i prodotti. Li immagazzinavano negli ampi depositi del re, pronti ad essere venduti a buon prezzo. Il popolo rivisse i tempi duri della trascorsa situazione. Ci fu qualche tentativo di ribellione, ma fu domato con i mezzi che conosciamo. La maggior parte dei bambini malnutriti non arrivavano all’età di un anno; la fame li consegnava alla morte; i vecchi si lasciavano morire. Il re, un giorno, si ammalò. Furono chiamati a corte tutti i medici disponibili. Il re nel suo letto continuava a sentirsi stremato da una febbre altissima ed indomabile. Di notte delirava. Neanche i medici dei regni vicini e lontani riuscirono a ridare la salute al tiranno.
Il solito cortigiano che aveva indicato nel vecchio venerabile l’ultima ancora di salvezza, suggerì di consultare la ragazza che aveva preso il suo posto. Consiglieri del re, scortati da un manipolo di guardie, si recarono alla caverna. Esposero i fatti, descrissero le sofferenze del re e invitarono Ester a raggiungere il palazzo. Ester acconsentì, ma prima si recò nel bosco a raccogliere erbe che depose nella sua bisaccia.
Raggiunto il palazzo, Ester fu introdotta nella sontuosa camera del re, affollata dai servili cortigiani. Fece sgomberare il luogo da quella canaglia. Si fece portare dell’acqua bollente, ne riempì una brocca, estrasse dalla bisaccia una delle erbe che aveva raccolto e la depose nell’acqua caldissima del recipiente.
Dopo dieci minuti, la fece ingurgitare al tiranno. Dolori indomabili ed estesi a tutto il corpo costrinsero il re a dimenarsi come un dannato e ad urlare come una belva ferita.
Le urla si diffusero finanche nella campagna circostante e furono avvertire dal popolo che gioì per questa sofferenza del malvagio. Il re per un giorno e per una notte continuava ad urlare di dolore. Ester non aveva esitato di usare le erbe del dolore. I consiglieri chiesero ad Ester conto di ciò che stava accadendo.
“La situazione è grave, diceva Ester, e perciò richiede un trattamento energico che induce dolore. Il re deve soffrire per alcuni giorni.”
Per circa una settimana le urla del re si diffusero per tutto il palazzo.
“Soffri, pensava Ester fra sé; è la tua punizione per quello che hai fatto alla mia gente. Soffri, maledetto. Più soffri più io gioisco.”
Negli ultimi giorni della settimana le urla si facevano più distanziate e più flebili, perché il re non aveva la forza di alzare il capo e di articolare le braccia e le gambe.
“A quando la fine delle sofferenze”, chiedevano i cortigiani.
“Domani.”
Il giorno seguente Ester si fece portare una brocca di acqua bollente e vi ci infilò un’altra erba.
Il re bevve l’infuso e dopo poche ore il suo corpo ebbe delle convulsioni e poi si irrigidì. Il corpo era freddo, gli occhi chiusi, il colore cadaverico. Il re era morto. Ester aveva preparato l’infuso con l’erba della morte.
Appena scoperto l’inganno, Ester tra spintoni e percosse fu trascinata nelle sotterranee prigioni del palazzo.
Il panico si diffuse per tutta la reggia.
Il capo dei consiglieri ordinò cinque giorni di lutto. Intanto Ester marciva in una cella umida e frequentata da grossi topi e da altri insetti.
Per non essere aggredita palpò i muri della buia cella e toccò una polverina. Si unse tutto il corpo con questa polverina trasudata dai muri umidi. I topi e gli insetti non la tomentarono più. Subito dopo il funerale del re, Ester avrebbe subito il trattamento riservato ai traditori. Le avrebbero mozzato prima le orecchie, poi le mani e i piedi, infine il petto. Dopo questi trattamenti malvagi, le avrebbero cavato gli occhi e subito dopo bruciata viva, se non fosse già morta per dissanguamento.
Intanto, insieme alla notizia della morte del re, il popolo aveva appreso anche quella della carcerazione di Ester. Alcuni giovani compagni di gioco di Ester, convocarono nel bosco tutta la gente. La gente vi accorse.
“Ester è in prigione, perché ci ha voluto liberare da un mostro. Tra poco subirà una morte lenta e atroce. Non possiamo stare inerti. Ci dobbiamo sollevare, ma questa volta tutti insieme. Perché continuare a subire? E’ vita la nostra?”
Uno sdegno e una rabbia corse per tutti i convenuti. Si decise di farla finita per sempre. Abbattere il regime o morire.
La mattina seguente tutti i maschi in prima fila, armati di forconi, di bastoni appuntiti, di fionde sempre rifornite dalle donne, che marciavano in seconda fila insieme ai loro bambini, si avvicinarono minacciosi al palazzo del re.
Furono schierate le guardie del re a difesa. Il popolo come marea montante ed inarrestabile muoveva contro.
Alle porte del palazzo avvenne lo scontro. Per il numero il popolo ebbe ragione dei loro nemici. Dopo due ore di combattimento aspro e all’ultimo sangue a terra giacevano tutti i corpi delle guardie ed anche parecchi uomini del popolo.
Si sfondarono le porte, trucidarono senza pietà tutti gli abitanti della reggia, raggiunsero le prigioni e liberarono Ester. Il popolo libero acclamò la giovane dai capelli rossi sua regina. Ester accettò a condizione di continuare ad abitare nella sua caverna vicina al bosco, perché il vecchio le aveva ripetuto: “ La ricchezza il più delle volte buca il cervello.”