Famiglia Galiano


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Ciro e il gigante cattivo

+ Fiabe


Ciro e il gigante cattivo


Tanti anni fa in un piccolo piccolo paese la gente lavorava ed era contenta. La semina dei cereali fatta in autunno dava copiosi frutti; nascevano tanti bambini e si celebravano tanti matrimoni. Poco lontano dal paese un vulcano spento da tanti anni era la meta preferita della gita domenicale. Si raccontava che vi era stata circa un secolo addietro un’eruzione non tanto devastante.
Un mattino di primavera la gente avvertì come un sussulto sotto i suoi piedi, sembrava un terremoto. La gente impaurita si riversò nella strada e gli occhi si rivolsero al vulcano, che presentava un pennacchio di fumo. Il panico si impadronì della gente. Verso mezzogiorno dal cratere fuoriuscivano pietre rotonde levigate che rotolavano sino a valle. Il fenomeno durò per nove giorni; alla fine del nono giorno il vulcano eruttò una pietra più grande delle altre che si depose, dopo una corsa precipitosa, all’ombra di una quercia del bosco. Due pastorelli andarono a curiosare e d’un tratto si accorsero che la pietra sobbalzava. Dopo un poco si spaccò in centinaia di pezzi e i due scorsero …un bambino dalle considerevoli proporzioni. Ebbero paura mista a meraviglia e non fecero altro che gridare: “ Correte, gente, correte!”
La gente che si trovava nei boschi a fare legna o a raccogliere frutti selvatici accorse numerosa. Una volta sul posto, rimase allibita. Il bambino intanto si dimenava e tendeva le braccia in alto. Una donna, già madre di una numerosa figliolanza, avanzò decisa, tese le braccia e afferrò la creatura. La gente smise di avere paura; si fece coraggio e si avvicinò alla donna. In fondo non si trattava che di un bambino. Il bambino era scuro di carnagione; aveva occhi neri e già una folta chioma e denti; le braccia e le gambe robuste e ben tornite e già muscolose. “ Il vulcano ha partorito. E’ figlio del vulcano. Sarà la nostra benedizione. Quanto è grande! E’ un miracolo.”
La donna portò a casa il bambino che già reclamava di mangiare. Non smetteva quasi mai di succhiare il latte di mucca dalla bottiglia. Tutto il paese ogni mattina portava a casa delle nutrice tanto latte, munto fresco dalle loro mucche.
Un giorno fu messo perfino a diretto contato della poppa di una mucca e il bambino voracemente cominciò a suggere il latte.
Non c’era più bisogno di travasare il latte in bottiglie. Di buon mattino il bambino, precocemente acquistata la posizione eretta, visitava tutte le stalle del paese, tanto che il latte cominciava a scarseggiare per i neonati e per i piccoli per i vecchi del paese.
Cresceva a vista d’occhio, quasi dieci centimetri al giorno.
“Diventerà un gigante”, sussurrava la gente che ogni sera si riuniva davanti alla casa della donna che lo stava allevando.
Cresceva, cresceva.
“Sarà la nostra difesa contro i briganti, che all’inizio dell’inverno mettono a soqquadro le nostre case.”
Divenne ragazzo e mangiava di tutto. Occorsero venti chili di lana e altrettanto cotone per coprire il suo corpo, ormai di vaste proporzioni. I paesani erano costretti a produrre di più, tanto che a malincuore fu messo a cultura una buona parte del bosco, dopo averne incendiato gli alberi.
Fu istituito un centro di raccolta in una casa diroccata. Intanto il piccolo gigante cresceva. La sua crescita si fermò all’età di sedici anni. Era alto quasi cinque metri, pesava all’incirca 4 quintali, considerevole era la lunghezza delle braccia e grossissime le mani.
Si costruì un grande capannone per la sua dimora. Il gigante, ormai era tale, per tutto il giorno non faceva che mangiare. La sua fame era insaziabile. La sua bocca di smisurata apertura ingoiava di tutto. Alle volte chiome interi di alberi con tutti i frutti, foglie e rami. Se non trovava abbastanza cibo, minacciava di scoperchiare i tetti delle case, di ammazzare tutti gli animali per divorarli.
Un giorno requisì tre bambini, li rinchiuse nel suo capannone, perché non era stata soddisfatta la sua voracità famelica. Una delegazione di cittadini lo supplicò di lasciare liberi i bambini e promise che si sarebbe provveduto al più presto a prosciugare la sua fame. Nell’assemblea del paese, riunita nella piazza centrale, si decise di disfarsi dei pochi gioielli di famiglia con i quali si sarebbe provveduto a comprare vettovaglie nei paesi vicini. Le ragazze con le lacrime agli occhi si liberarono delle loro modeste collanine di oro; le madri si sfilarono le loro fedi nuziali e altrettanto fecero i padri. Una volta racimolato tutto l'oro disponibile, si partì con tutti i carri disponibili per comprare alimenti per il mostro. Tale era ormai considerato dai cittadini, ormai allo stremo delle forze e affamati.
Nel paese c’era un ragazzo di nome Ciro. Il padre, quando frequentava la scuola, aveva sentito parlare di un re dei Persiani, di nome Ciro, che non si era macchiato di alcuni degli atti di violenza e di crudeltà, per cui andavano tristemente famosi parecchi monarchi; aveva anche liberato gli ebrei deportati in Caldea, aveva fatto cessare le persecuzioni religiose. Il padre aveva provato tanta simpatia per quel re persiano tanto illuminato che volle onorarlo imponendo il suo nome a suo figlio.
Ciro era mite, disponibile a rendere piccoli servizi a tutti i vecchierelli del paese, generoso con i poveri. Quando scoppiava una zuffa tra in suoi compagni di gioco, a costo di prenderle, divideva i contendenti e cercava di rappacificarli.
Non ci vuole molto a far tornare la pace tra i piccoli. E’ difficile tra gli adulti, che conservano per anni rancore e propositi di vendetta.
Il mostro era diventato una sua ossessione; ogni momento della sua giornata pensava al modo come liberare il paese da quella calamità. A scuola non era più attento, nella notte aveva sonno agitato, accompagnato da sogni terribili. Una volta sveglio si rivolgeva a Dio con la solita preghiera: “ Signore, liberaci dal gigante. Lo avrai certamente mandato tra noi per farci scontare i nostri peccati. Credo che ciò sia già avvenuto. Il paese è distrutto, i bambini non hanno più latte, gli uomini sono impegnati dall’alba al tramonto nei lavori dei campi, ai quali chiedono di produrre più del consentito; le madri non hanno più lacrime; le ragazze hanno cessato di cantare. Signore, se non vuoi cacciare il mostro, mandaci una pestilenza che ci liberi da questa vita insopportabile. Aiutaci, Signore.”
Più di qualche notte Ciro si svegliava si soprassalto, tutto madido di sudore a seguito di sogni terrificanti. Una notte, alla vigilia della Santa Pasqua, fece uno strano sogno. Gli apparve un vecchio con i capelli inanellati e biondi che gli scendevano sino allo snodo delle ginocchia, con occhi di una luce folgorante che gli diceva: “ Ciro, Ciro, tu puoi liberare il paese dal mostro. In ogni pioggia che cade sulla terra, in tute le stagioni e in tutte le ore, vi è una goccia, una goccia sola, dal colore di argento che ha delle virtù taumaturgiche. Basta far cadere sul proprio corpo quella goccia per assumere poteri e forza straordinari.”
Ciro non dava peso a quel sogno. Era un sogno come tanti altri. Ma il sogno si ripeteva ogni notte. Ciro cominciò a considerare il sogno ripetitivo un avvertimento preciso e veriterio.
Fu proprio in seguito a quel sogno strano che Ciro, ogni qualvolta il cielo si annuvolava e prometteva pioggia, si esponeva alla pioggia cadente.
Ogni giorno scrutava il cielo nella speranza di scorgere nuvole portatrici di pioggia. Anche di notte, se sentiva lo scroscio dell’acqua piovana o i tuoni, apriva di nascosto la porta di casa e si esponeva all’intemperie.
La pioggia cadeva sui capelli, sui suoi vestiti, sulle mani e sulle sue cosce nude. Sentiva freddo; tremava; le sue labbra si facevano di un colore scuro, ma Ciro era sempre lì, sotto la pioggia.
Qualche volta correva sotto la pioggia nella speranza di moltiplicare la possibilità. Non evitava alcuna pioggia, quella leggera ed improvvisa di marzo, quella torrenziale ed improvvisa d’estate, quella fredda dell’inverno, quella continua dell’autunno. Non poteva non pagare conseguenze prevedibili; infatti Ciro una mattina si svegliò febbricitante e debole; aveva contratto la polmonite. I sintomi la accertavano: febbre elevata, tosse convulsa ed incessante, mancanza di forze.
I suoi genitori a corto di denaro non potevano compare le medicine e lo curarono con decotti di cipolla, di faggio, di lavanda e con infusi di anice, di caprifoglio e di gelsomino.
Ma Ciro nelle notti piovose, una volta sicuro che in genitori era presi da sonno profondo, scivolava dal letto e si esponeva alla pioggia.
Tremava e sentiva addosso tanto sudore, tossiva fino al soffocamento, avvertiva dolori in tutte le ossa. Ma Ciro rimaneva impassibile sotto la pioggia. Rincasava infreddolito e in preda a convulsioni; si infilava sotto le coperte per mitigare il freddo, portava con sé a letto il suo cane e lo stringeva forte forte per sottrargli un po’ di calore.
Ciro era vicino alla morte, quando una sera di primavera durante l’ennesima pioggia, sentì come dilatarsi il suo corpo, non avvertiva più malessere e un calore pervadeva tutto il suo corpo. Rientrò a casa a pioggia finita, volle bere, prese la brocca, che, appena afferrata, andò in mille pezzi.
“Mamma, che guaio.”
La mattina seguente si sentiva strano, pieno di forze e con buon colorito e con appetito da cavallo. Uscì in giardino, si appoggiò alla quercia secolare, piantata dai suoi avi e l’albero si scosse. Un terremoto? Appena si staccò dal tronco, l’albero smise di sussultare. Pose la pianta del piede sulla quercia per allacciarsi le scarpe, la quercia si curvò e stava per sradicarsi, se Ciro con moto subitaneo non l’avesse sorretta. “Signore, son desto?”
Ai piedi della quercia c’erano delle pietre, Ciro ne prese una, la stinse nel pugno e la lanciò. Era un gesto che faceva ogni mattina, La pietra acquistò una tale velocità che si mise a sibilare. Ciro la seguì per un po’ e poi scomparve dietro la collina che distava quasi un chilometro da casa sua. Rientrò in casa, preoccupato e sbalordito. Tanta forza da dove proveniva?
“Forse si è avverato il sogno?”
Si avviò verso il ponte sopra il torrente che divideva la campagna dal paese. Qui da anni era caduto un masso che ostruiva in parte il passaggio. Era un masso di notevoli dimensioni. La gente aveva tentato di rimuoverlo anche con l’aiuto dei cavalli, ma ogni tentativo era risultato vano. Ciro pose le sue mani sul masso e – meraviglia delle meraviglie – riuscì a smuoverlo e a sollevarlo. Lo lanciò lontano dal ponte, sorpreso pensò:
“ Mio Dio, le parole del vecchio sono realtà!”
Una volta in casa, svegliò il padre e lo mise a corrente di tutto.
“Convoca, padre, tutti i fabbri del paese. Fai costruire loro catene e grandi anelli con l'acciaio più resistente.”
Il padre corse dai fabbri. Tutto il paese apprese la buona novella. Ciro con la sua forza poteva liberare il paese dal mostro, che minacciava di divorare prima le bestie e poi i bambini.
I fabbri si misero subito al lavoro, ininterrottamente per due giornate. Le catene erano pronte. Ciro le afferrò per un capo e le trascinò con sé sino alla dimora del gigante.
“Vieni fuori, gigante di carta.”
Il mostro si sentì offeso e si lanciò furente per schiacciare il moscerino che lo aveva insultato.
“Volgi lo sguardo in cielo e vedrai un’aquila”, gridò Ciro.
Il mostro alzò il capo, Ciro si avvicinò alle sue gambe, diede un colpettino e il gigante stramazzò a terra, sollevando un sacco di polvere.
Ciro gli fu subito sopra, avvolse il capo del mostro con le catene. Lo strinse fino a strozzarlo e lo trascinò verso il vulcano. Scalò il monte in un batter d’occhio. Il gigante urlava, i suoi latrati squarciavano l’aria e terrorizzava la gente. Ciro, una volta giunto al cratere del vulcano, spinse dentro il gigante. Un grido lacerante di dolore, cupo salì dalla bocca della montagna. Ciro stava per staccare macigni dalla montagna per seppellire definitivamente il mostro, quando il vulcano sussultò. Dopo pochi minuti il vulcano sputava pietre incandescenti di smisurata grandezza che ricadevano nel suo cratere. Il vulcano si riprendeva per sempre il figlio che aveva partorito.
L’incubo era finito. Il paese fu in festa per circa una settimana. Ogni serata veniva allietata da balli e da canti, ma non da libagioni o da pranzi perché il mostro aveva divorato tutto. Ma il paese si sarebbe ripreso da subito. Ciro veniva festeggiato e onorato come se fosse un santo. Ciò infastidiva il ragazzo; voleva essere come gli altri e ritornare a giocare con i suoi compagni, da cui si teneva lontano per paura di danneggiarli involontariamente con la sua forza straordinaria. Si crucciava per il suo stato, era sempre triste e perfino depresso, benché ad ogni passo sentiva risuonare: “ Grazie, Ciro. Dio ti benedica. Sei il nostro eroe.” I bambini sfioravano le sue mani; le vecchiette lo accarezzavano, le ragazze se lo mangiavano con gli occhi. Ciro voleva ad ogni costo ritornare ad essere un ragazzo come gli altri. Una mattina, Ciro, al risveglio, non avvertì più nel suo corpo la ciclopica forza; la nuova brocca non si frantumava. Ciro era felice. Era ritornato ad essere umano fra gli umani.








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