Famiglia Galiano


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Carnevale 1954

+ Scampoli di vita...




Carnevale 1954

Echeggiano da lontano grida, sollazzi, canti… “mieru, mieru, mierullallaaaa…”
Invitano a vedere, a curiosare, a vivere momenti di allegria.
Di corsa usciamo da casa. Per la strada vedo coriandoli, qualche maschera qua e là e poi il carro,
lu trainu, bardato con festoni e colmo di maschere abbozzate, gaie, che con la fisarmonica e la chitarra eseguono canti allegri.
Il carro si ferma a tratti, il capocomico rivolge un richiamo alle persone accorse e a quelle assiepate sui balconi vicini e riceve risposte di accondiscendenza e ammiccamenti: L’allegria ha contagiato tutti.
Anche io mi sento diverso. Si, ci voleva. La vita mi sembrava così monotona!
Vedo uscire dalla cantina di Flora un signore con la brocca in mano che versa un liquido rosso nei bicchieri e li porge all’allegra combriccola.
I volti, quelli scoperti, sono più rossi, le voci calde si eccitano di più.
Volano in aria come fuochi d’artificio i cannellini colorati e i confetti ricci. Le nostre tante manine li afferrano in una zuffa furibonda. Ne restano ben pochi, quelli vicino agli zoccoli recalcitranti del mulo.
Torniamo a casa. Contiamo i confetti raccolti per vedere chi è stato il più fortunato: Antonietta ha raccolto più cannellini, io però ho più confetti ricci: il paragone non è possibile farlo. Metto al sicuro il mio bottino dopo che Luciana, Giannalisa, Fedela e Michele abbiano avuto la loro parte dopo accordi molto sofferti.
Metto in testa un vecchio basco rivoltato che lascia intravedere un sottile fascia marrone, forse così sembrerò diverso. Copro gli occhi con la mascherina nera. L’ho ritagliata da una copertina del quaderno consumato adoperando i forbicioni di papà, vi ho infilato nei buchi una molla che la mamma ha come riserva per le mutandine.
Vado nella mischia. Il carro ormai è lontano. Percorro via Milizia e giungo in piazza Manfredi: nessuno mi riconosce e nessuno riconosco. Con la maschera giochiamo a nascondere la nostra persona. E’ una sensazione strana.
Noto comitive di quattro, sei maschere napoleoniche, militari che in ordine sfilano silenziose. Ho saputo poi che quei costumi erano presi un fitto presso Archimede, un negoziante patito di queste cose e della Befana.
A sera inoltrata vengono a casa parenti ed amici in maschera.. Bussano, entrano ed aspettano muti. Papà, mamma, che si attardavano come ogni sera a cucire nel laboratorio-casa il vestito di un cliente, sospendono col sorriso sulle labbra. Le maschere non parlano, attendono di essere riconosciute. Per prima viene individuata la zia Luisa per la testa sferica, poi zio Nzino (Vincenzino) per la statura e i capelli biondi, segue zia Sina per le natiche piuttosto pronunciate,Vanna, Ninnicedda per altri particolari che non ricordo più.
L’intrusione inattesa, ma graditissima, ha rotto la monotonia dell’ago, delle forbici e della macchina da cucire e ha scatenato l’allegro arpeggio delle note uscite dal mantice della fisarmonica imbracciata da papà. Si balla e si canta in un’atmosfera gioiosa.
La vita è fatta anche di pause, sollazzi, sorrisi.
Il rosolio bevuto a sorsi dai grandi, i cannellini e i confetti ricci succhiati da noi piccoli pochi istanti prima del sonno, pongono fine al giorno più pazzo dell’anno 1954.




Angelo (Lino)



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